BOCCIONI+100

Le curatrici Valentina Tebala, Gemma Anais Principe e Melissa Acquesta ci raccontano l’opera di Umberto Boccioni cento, e più, anni dopo…

di Loredana Barillaro

Un progetto intenso e fortemente voluto, un grande lavoro alla base di un evento mirabilmente riuscito. Valentina, mi racconti la sua genesi?

Un grande artista non muore mai: tale è la potenza delle sue idee – a maggior ragione se rivoluzionarie –, che il loro influsso si propaga nel tempo e nello spazio anche dopo la morte fisica di colui o colei che le ha generate e regalate all’umanità. Questo è l’assunto da cui siamo partite riflettendo su quale tipo di omaggio avremmo potuto offrire, noi, per il centenario della morte (fisica) di un artista del calibro di Umberto Boccioni. Un artista sicuramente fra i più importanti del Novecento italiano, e non solo, su cui eminenti critici hanno già detto moltissimo nel corso della Storia dell’arte. Ecco, noi abbiamo provato a guardarlo come uomo ed artista insieme, dato che nel suo caso i due ruoli sono indissolubili, e l’abbiamo fatto con i nostri occhi: con uno sguardo dunque evidentemente contemporaneo, ben aperto su quello che ci sta accadendo attorno. Con il medesimo spirito indagatore del presente – e del futuro! – che lo stesso Boccioni incitava a mantenere. Abbiamo pensato (e forse avremmo avuto il suo benestare) di focalizzarci su una ‘celebrazione’ che non fosse semplicemente commemorativa; anzi senza neppure una sua opera bensì con quelle di giovani artisti che in qualche modo testimoniano similitudini e/o attitudini, contemporanee, verso le problematiche boccioniane. Il titolo dell’intero progetto, BOCCIONI+100, vuole suggerire proprio questa idea di continuità dinamica, di immortalità, con un focus su quanto accade +100 anni dopo la morte del grande artista futurista attraverso la forma di una mostra collettiva. Il fine è quello di comprendere con uno sguardo nuovo e trasversale il valore dell’opera e della ricerca di Boccioni, di riattivare la memoria tramite la lettura di un presente in divenire.

L’adorazione del moderno: questo l’approccio di Boccioni futurista. Gemma, cosa hanno assorbito gli artisti invitati dalla sua opera? Cosa avete chiesto loro di “restituire”?

Partendo dal presupposto che la modernolatria futurista nasce per contrastare il passatismo, e che quindi si configura quale punto di osservazione per la metropoli e per i fenomeni tecnologici che la interessano, si è proceduto a selezionare artisti le cui opere si esprimessero in tal senso, per similitudine o contrasto. Trattandosi di artisti estremamente eterogenei tra loro per quanto riguarda il vissuto, l’ambito di ricerca e la tecnica artistica, il primo comune denominatore individuato è stato sicuramente il ruolo ricoperto, nelle rispettive opere, dallo scenario urbano: è il caso di Claudio Sinatti, special artist della mostra, nelle cui immagini realizzate tramite la tecnica dello slit-scan le città sono irriconoscibili eppure immortalate nel loro dinamismo, e di Anna Capolupo, che lega – metaforicamente e fisicamente, tramite la tecnica del ricamo – il paesaggio industriale alla presenza umana ormai fagocitata. All’opposto, i luoghi assumono una funzione puramente estetica nonché sentimentale per Giusy Pirrotta, nella cui opera le diapositive sovrapposte hanno assimilato la fotodinamica futurista, qui resa in fermoimmagini tridimensionali. Il riferimento a Boccioni, a partire dai titoli – Gli addii e Quelli che aspettano – , era invece già esplicitato nei due collages di Roberto Giriolo, composti attraverso frammenti cronachistici e citazioni pop-culturali che scompongono l’assunto della modernità e ne restituiscono una composizione disillusa e critica nei confronti del capitalismo e della globalizzazione. Un altro elemento chiave che si è ritenuto fondamentale individuare, nella sua trasposizione figurativa attuale, è stato sicuramente quello della simultaneità, in mostra rappresentata dalle opere, contrapposte e complementari, di Ettore Pinelli e di Robert Proch. Seppure con tecniche e tavolozze diverse, attraverso la compenetrazione dei piani entrambi gli artisti offrono suggestioni e riflessioni ispirate dalla cronaca e che richiamano quel fascino per la ‘violenza’ artistica futurista, resa nei contrasti cromatici e intesa allo scuotimento del pubblico. Ancora il pubblico, e il suo coinvolgimento con l’opera, sono alla base dei lavori site-specific realizzati per Modernolatria dagli Okkult Motion Pictures – Marco Calabrese e Alessandro Scali – e dal duo Zeroottouno – Giuseppe Guerrisi e Davide Negro. Gli Okkult, in un omaggio alla cronofotografia, si avvalgono delle ultracontemporanee app per dare corpo – attraverso la loro installazione – e voce, grazie all’intervento del fruitore, allo stesso Boccioni, che può così declamare: «Rovesciamo tutto, dunque, e proclamiamo l’assoluta e completa abolizione della linea finita e della statua chiusa». Diversamente, le opere degli Zeroottouno stabiliscono un superamento post-futurista della speranza (mal)riposta nei confronti del moderno e della tecnologia. Applicando abbondante ironia e capovolgimento di senso, il duo riflette sull’etica anti-materiale dei futuristi e si interroga sulle conseguenze delle incursioni attuali tra uomo, tecnologia e natura. Un discorso a parte merita il duo di artisti e filmmakers {movimentomilc}, composto da Michele Tarzia e Vincenzo Vecchio, la cui ricerca è spiccata subito per affinità elettive: autori del Manifesto della Videoermetica, nella loro produzione artistica offrono tentativi poetici di costruzioni neo linguistiche e crossmediali, basate su idiomi alfanumerici e sostituzioni digitali che inducono il pubblico, attraverso un consolidato stilema di montaggio, ad interpelli socio-esistenziali. Infine, la performance del duo Dehors/Audela – composto da Elisa Turco Liveri e Salvatore Insana, qui in video – e la scultura di Beniamino Strani hanno permesso di affrontare i concetti, che Boccioni intendeva fermare in scultura, di dinamismo e di “continuum sintetico” del movimento, declinati attraverso medium tra loro contrapposti. Proprio la presenza di codici espressivi difformi tra loro e le disparate influenze fulcro delle opere hanno fatto sì che il nucleo complessivo restituisse le molteplici sfaccettature della modernolatria futurista, traducendole secondo la personalissima cifra stilistica di ciascun artista invitato e configurandosi in quello che è diventato l’unicum espositivo.

Melissa, qual è il concept alla base dell’allestimento realizzato, quali i punti di convergenza – o di rottura – in un lavoro “a sei mani”…?

Allestire una mostra di arte contemporanea in un edificio storico come Palazzo Arnone, che è sede della prestigiosa Galleria Nazionale di Cosenza, una delle maggiori pinacoteche del Sud Italia, non è stato solo un onore ma una grande responsabilità. Ci è stato richiesto, infatti, un ovvio rispetto per l’inalterabilità degli spazi cosicché il concept più adatto per l’esposizione di Modernolatria si è sciolto in un fortuito incontro tra l’architettura esistente, la prossimità della collezione grafica di Umberto Boccioni, già acquisita al patrimonio dello Stato, con le sale del Contemporaneo messe a nostra disposizione e la pulizia e il minimalismo dei sistemi di ostensione e posizionamento individuate per le opere. La mostra riesce così ad essere spazio di sperimentazione e confronto con il racconto narrativo dipanato dagli artisti in dialogo continuo con la poetica boccioniana, anche grazie alla vicinanza fisica delle opere con i disegni del maestro che poteva vedere solo a Cosenza, un simile felice incontro-scontro. Progettare un omaggio a Boccioni così originale nelle modalità e nei risultati è il frutto di profonda riflessione a tre teste, non sempre facile ma sicuramente esponenzialmente stimolante. Io e le mie colleghe curatrici ci siamo immerse da principio nello studio dell’opera di Boccioni e successivamente nell’empatica ricerca delle ragioni di Umberto, l’uomo dietro, o meglio dentro, l’artista. Decidere quali artisti avrebbero, oggi, meglio retto il confronto, incarnato l’ideologia, reinterpretato i gesti, portato avanti le suggestioni e le idee è stata la parte del lavoro più entusiasmante, e non sarebbe stato possibile riuscire così bene, come ci dimostra il grande successo di pubblico che abbiamo avuto, per nulla scontato per una mostra temporanea alla GNC, se non fossimo state tante e tanto diverse tra di noi.

Per entrambe: veduta della mostra. Courtesy Galleria Nazionale di Cosenza.

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