Carmen Schabracq | The Mothers I Wear

a cura di Leonardo Regano

dal 24 settembre al 15 novembre 2025

Red Lab Gallery, Milano

The mothers I wear è la prima mostra personale in Italia dell’olandese Carmen Schabracq, nuova artista rappresentata da Red Lab gallery a livello nazionale.

Attraverso un corpus di opere che include lavori recenti e nuove produzioni, la mostra esplora i temi dell’identità, della genealogia e della memoria incarnata. Il progetto espositivo, concepito appositamente per gli spazi della galleria milanese, è curato da Leonardo Regano, che nel suo testo critico intreccia al lavoro di Schabracq il poema Migraciones di Gloria Gervitz (1943–2022), individuando nella poesia una chiave di lettura inedita e suggestiva.

Pur operando in ambiti e linguaggi diversi – la parola e il corpo visivo – Gervitz e Schabracq condividono una tensione comune: quella di trasformare l’eredità in forza vitale, rendendola archivio vivente, canto collettivo, pelle che trattiene storie. Se Gervitz dà voce alle antenate attraverso la sovrapposizione linguistica e liturgica della sua poesia, Schabracq le rende corpo, travestimento, intrecciando desideri, ferite e immagini. Al centro del progetto, l’artista che si fa tramite, “indossa” le proprie madri – reali o simboliche .

“Indossare le proprie madri, siano esse reali o simboliche, vuol dire riconoscere la propria genealogia come una materia incarnata o, meglio, come un archivio personale ma condiviso, da trasformare e rilanciare nel proprio presente.” (dal testo critico di Leonardo Regano)

Le opere di Schabracq si distinguono per l’uso di colori intensi, materiali tattili e riferimenti a tradizioni popolari. Ricche di teatralità e simbolismo, si articolano tra pittura, ceramica, tessile, installazione, fotografia e performance. La maschera è elemento ricorrente, non come occultamento ma come strumento rituale e performativo per esplorare la complessità dell’identità umana – in particolare quella materna. In I am a Mother now (2024) e Ring of Fire (2024), l’artista indaga la matrescenza come attraversamento fisico ed esistenziale. La maternità non è idealizzata, ma mostrata nella sua potenza lacerante e generativa: un processo di trasformazione, una ferita che apre al nuovo. La pluralità della figura femminile come soglia e metamorfosi percorre l’intera mostra.

Con Goldenhorns (2025), Schabracq realizza un autoritratto potente: indossa il costume tradizionale della regione fiamminga di Axel, affermando con fierezza la forza delle sue radici culturali e femminili. In una scena densa di significati, la vediamo mentre mangia – o forse rifiuta – dei crostacei, cibo vietato dalla tradizione ebraica. Questo gesto crea un cortocircuito simbolico che riflette l’ambiguità e la complessità della sua identità. Sullo sfondo, il mare evoca ricordi, distanze e la possibilità di altri mondi. In Piece of a Life Tree (2024), Schabracq si rappresenta come tessuto senza corpo, in dialogo con iconografie classiche e mitologiche: da San Bartolomeo al Marsia di Tiziano, la pelle diventa superficie sensibile che trattiene la memoria, archivio del dolore e della storia.

“In Schabracq, la memoria non è mai nostalgia, ma forza in atto: radici che cavalcano, corpi che si fanno maschere collettive, genealogie che vibrano come un canto.”

E dunque in When Roots Start Riding Horses (2024), le origini familiari si trasformano in cavallo – creatura totemica e genealogica – richiamando il significato stesso del cognome dell’artista (dal francese chabraque, gualdrappa). I volti dei suoi antenati compongono il corpo dell’animale: un ritratto collettivo, una memoria incarnata, una pelle che custodisce l’assenza. La ceramica Medusa Blu (2025), omaggio alla Testa di Medusa di Arturo Martini, insieme a una serie di opere ispirate agli ex voto raffiguranti organi femminili, consolida la ricerca dell’artista sulla dimensione carnale, la ritualità e la forza generativa.

The mothers I wear è una mostra che attraversa corpi, ricordi, lingue, mitologie personali e collettive. Le opere di Carmen Schabracq non chiudono, ma aprono. Non rappresentano, ma trasformano. Ciò che è stato non è nostalgia, ma materia viva che genera futuro.

 

When Roots Start Riding Horses, 2024. Oil on linen, 80×120 cm.

 

 

 

 

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