MARLIS NUSSBAUMER AL MAON

di Gregorio Raspa

Le sculture di Marlis Nussbaumer sono componimenti armonici nei quali ben si distingue un’eleganza formale ottenuta con mezzi semplici e metodi antichi. Ciò si apprezza al primo sguardo entrando nelle sale del MAON dove una ricca retrospettiva, curata da Tonino Sicoli, Annamarie Monteil e Ortensia Von Roda, rende omaggio alla raffinata opera dell’artista svizzera, scomparsa nel 2015 e già rappresentata, con due lavori, nella collezione permanente del Museo calabrese.

Nussbaumer è stata una scultrice di rara abilità manuale che con le sue opere, realizzate annodando e intrecciando tra loro semplici fibre vegetali, ha dato forma ad un complesso universo simbolico dotato di concretezza materiale e arcaica bellezza. La mostra allestita a Palazzo Vitari offre una campionatura della complessità – operativa e concettuale – del suo lavoro e pone in evidenza l’identità multipla di un gesto creativo meticolosamente studiato con l’intento di tradurre, nelle fogge più varie, fantasie e stimoli eterogenei. Molte delle sculture in esposizione, infatti, riproducono forme suggerite da un rapporto con il vero instaurato con esplicita immediatezza. Altre, invece, risultano prive di riferimenti a qualcosa di esterno ad esse, non rappresentano nulla in particolare, ma ostentano il valore assoluto di una bellezza classica e universale.

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Appoggiate o appese al muro, con o senza basamenti, le opere in mostra utilizzano lo spazio con una polivalente vivacità studiata, a seconda dei casi, per valorizzare il singolo pezzo, la composizione ambientale o la soluzione installativa. Questa caratteristica, e le altre insite nella grammatica elementare di queste sculture, offrono lo spunto ad una riflessione – basata su aspetti estetici e teorici – che suggerisce l’avvicinamento tra un simile lavoro e quello tipico delle ricerche artistiche degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Se osservata da una prospettiva che predilige l’analisi della sua disposizione nell’ambiente, infatti, l’opera di Nussbaumer sembra svelare affinità con le scelte dispositive proprie della tradizione minimalista; se studiata da una prospettiva più attenta all’ambito operativo e processuale, invece, essa sembra assumere un’identità materiale di matrice poverista. 

Con la loro fisicità, a volte prorompente, le opere di Nussbaumer tendono a coinvolgere il pubblico che può osservarle da ogni lato e, muovendosi intorno ad esse, instaurare una relazione diretta con la materia che le compone, intuire la complessità progettuale che le ha ispirate e apprezzare appieno la ricchezza del metodo applicato nella loro costruzione. Un’esperienza, quest’ultima, che regala allo spettatore suggestioni tattili indotte dai nodi della fibra vegetale capaci, con la loro fitta e ripetitiva alternanza, di determinare le sinuose gibbosità che percorrono la superficie scultorea.

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Ed è proprio lo spettatore, spostandosi nelle sale, a trasformare la rigida gravità dell’opera in una visione che varia passo dopo passo, a scovare prospettive d’intellegibilità sempre nuove. Del resto, i lavori di questa artista sono imprescindibili dal rapporto con il pubblico spinto a percepire la presenza dell’opera, a misurarsi con la sua statuaria. In tal senso, anche le scelte d’allestimento pensate dai curatori paiono incoraggiare l’interazione con i lavori e suggerire una dinamica e partecipata visita dello spazio. Più in generale, se letta nel suo complesso, la disposizione delle opere nelle sale del MAON sembra comporre una grande, unica scenografia all’interno della quale la ripetizione degli elementi, la loro corrispondenza visiva e il legame creato tra i contenuti simbolici disseminati negli ambienti, sintetizzano al meglio il valore poetico di una scultura che attende solo di essere vissuta.

Per entrambe le immagini: veduta della mostra. Courtesy MAON, Rende (Cs)

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