Soglia / Common Acts

presentata da Francis Offman

dal 22 aprile al 23 settembre 2026

Società delle Api, Roma

La Società delle Api apre le sue porte a Soglia / Common Acts, mostra presentata da Francis Offman in dialogo con opere della Collezione Silvia Fiorucci, tra cui lavori e interventi site-specific dello stesso Offman. Il progetto nasce da un invito della collezionista all’artista a intervenire sul nuovo spazio romano, attivandolo non solo come luogo espositivo ma come ambiente esperienziale e relazionale. La mostra riunisce opere di artisti della collezione che provengono da generazioni e geografie differenti e accostano pratiche che condividono un’attenzione radicale alla materia, al gesto e alla dimensione quotidiana.
Il titolo Soglia / Common Acts introduce una doppia traiettoria: da un lato la “soglia” come spazio di passaggio fisico e percettivo, dall’altro i “common acts” come insieme di gesti ordinari e condivisi – togliersi le scarpe, camminare, sostare, sedersi – ma mai neutrali, che definiscono la relazione tra corpo, spazio e opera.
Il progetto si configura come un ambiente da attraversare più che da osservare, in una progressiva articolazione di soglie fisiche e percettive. La distinzione tra osservatore e partecipante si dissolve, mentre ogni gesto implica una presa di posizione e rende evidente come ogni esperienza sia condizionata da limiti e differenze individuali.

Fondata sull’idea di ospitalità convivialità che attraversa la visione di Silvia Fiorucci e la dimensione relazionale della Società delle Api, la mostra rifiuta ogni separazione tra arte e design. Opere e oggetti convivono sullo stesso piano, delineando un ambiente in cui vivere e guardare coincidono. Francis Offman accoglie e amplifica questa logica: se non esiste separazione tra arte e design, anche l’esperienza espositiva non distingue tra contemplazione e uso. La mostra diventa così un sistema aperto, in cui materiali, corpi e oggetti coesistono in una dimensione temporanea e condivisa.
Per questo progetto Offman ha scelto di lavorare con lo spazio così com’era, comprese le opere permanenti installate nello spazio in via Gregoriana 40.

Gli artisti in mostra sono: Carla Accardi, Alvar Aalto, Vincenzo Agnetti, Etel Adnan, Francis Alÿs, Michael Anastassiades, Leonor Antunes, Omer Arbel, Hans Berg & Nathalie Djurberg, Fulvio Bianconi, Sebastian Black, Irma Blank, Anna Boghiguian, Lina Bo Bardi, Sol Calero, Pier Paolo Calzolari, Chiara Camoni, Vlassis Caniaris, Roger Capron, Miho Dohi, John Dilg, Haris Epaminonda, Martin Eisler & Carlo Hauner, Francis F. Offman, Erik Olovsson / Studio EO, Bernardo Ortiz, Paulo Monteiro, Mathieu Matégot, Joseph-André Motte, Michel Mortier, Mauricio Paniagua & Tony Moxham, Valentine Prissette, Paul Heintz, Rodrigo Hernández, Santiago de Paoli, Sterling Ruby, Carlo Scarpa, Claudio Salocchi, Ettore Spalletti, Sori Yanagi, Takuro Kuwata, Luisa Lambri, Max Ingrand, Chung Eun-Mo, Jochen Lempert, Ad Minoliti, Alvaro Urbano, Formafantasma, FontanaArte, Agnes Studio

Il percorso espositivo
Fin dall’ingresso, il percorso espositivo coinvolge il visitatore in una dimensione sensoriale: un aroma di caffè tostato permea lo spazio, attivando memoria e percezione. Elemento centrale nella pratica di Francis Offman, il caffè emerge come materia politica e storica, capace di evocare geografie ed economie, insieme a esperienze individuali e collettive. Originario del Ruanda, Offman lavora con materiali che incorporano luoghi e traiettorie: dai fondi di caffè al gesso, ogni elemento porta con sé una stratificazione di significati. Il primo common act è respirare.

Al piano terra, il percorso si articola in una sequenza di ambienti in cui opere e arredi instaurano un equilibrio tra funzione e presenza scultorea. L’ingresso introduce il tema del posizionamento: lavori pittorici, come First Steps di Santiago de Paoli (2019), e oggetti di design, come le poltrone Tripé di Lina Bo Bardi (1948 ca.), concorrono a definire uno spazio che può essere attraversato, abitato o osservato, suggerendo una pluralità di modalità di fruizione. I vasi di Omer Arbel, alcuni con composizioni floreali, portano il vivente dentro la mostra.
Le sale successive sviluppano un registro più raccolto, in cui viene enfatizzata la pertinenza della sfera d’uso quotidiano, come nei Radical Writings di Irma Blank (1983) o in Senza Titolo (Leonesse) di Chiara Camoni (2019), realizzate in terracotta e lana naturale.
In questo contesto si inseriscono anche due lavori di OffmanSenza titolo (2026), una rete in fibra di vetro su tessuto jacquard realizzata con inchiostro e fondi di caffè, capace di trattenere insieme luce e materia, rendendo visibile il processo del fare nelle sue stratificazioni. L’altra opera site- specific consiste in un arazzo disposto orizzontalmente, che introduce una riflessione sulla tradizione espositiva e sulle gerarchie tra contemplazione e uso. La superficie tessile diventa pavimento senza poter essere calpestata: sopra vi sono collocate alcune opere sostenute da piedistalli di cataloghi d’arte, campionari di tessuti o libri di design, la cui fragilità impone una distanza. Una relazione con materiali d’uso comune: gesso, plastica, vetro, shella -Vlassis Caniaris, Miho Dohi, Formafantasma, Nathalie Djurberg e Hans Berg, Erik Olovsson lavorano su forme che restano legate alla loro origine quotidiana. Al margineWalking Man (2025) di Anna Boghiguian veglia sull’insieme. Il visitatore guarda dall’esterno un territorio che lo esclude. Qui il common act è avvicinarsi per non toccare.

Salendo al primo piano, il percorso affianca alla dimensione olfattiva un intervento visivo più sottile ma pervasivo: le pareti sono interessate da un intervento pittorico di Offman realizzato con una vernice contenente glitter, che modifica impercettibilmente la percezione della luce. L’effetto non è immediato, ma si rivela nel tempo, al variare dello sguardo e della permanenza nello spazio, rendendo l’esperienza mai del tutto fissa né uniforme. La pittura ambientale ha una tradizione storica – da Olafur Eliasson ad Ann Veronica Janssens – ma Offman la declina con una sobrietà quasi domestica che, come l’aroma di caffè, non si dichiara apertamente e trasforma l’architettura in una superficie sensibile e instabile. Il common act richiesto è accorgersi.

In questa sala è presente un secondo arazzo di Offman, anch’esso collocato a terra, che a differenza del precedente si offre come superficie attraversabile, invitando il pubblico a togliersi le scarpe e a entrare in una dimensione prossima a quella domestica. Questo passaggio segna un punto di svolta nel percorso, rendendo esplicita la natura situata e non neutrale dei “common acts”, che possono includere o escludere a seconda delle possibilità e delle condizioni di ciascun individuo. Attorno, le opere Grete (2013) di Leonor AntunesPara-peintureThe story of Art (2019) di Paul Heintz Nothing is Solid. Nothing can be held in my hand for long (Monkey and Bird) (2019) di Rodrigo Hernández dialogano con questa tensione tra struttura, gesto e fragilità.
Le sale successive approfondiscono la dimensione relazionale attraverso ambienti che incoraggiano posture differenti: dal sedersi, come sulla poltrona Costela Jacaranda di Martin Eisler e Carlo Hauner (1950 ca.), al sostare, come davanti alla pittura di Francis Alÿs (Untitled, 1994), al lenzuolo di Valentine Prissette (Landscape IV, 2022) e a Help Me Remember (2024) di John Dilg, fino al distendersi, come sul Lana Daybed di Agnes Studio (2019).
L’ultima sala di questa sezione è dedicata all’artista venezuelana Sol Calero, che con Interior llanero (2019), ricostruisce un interno della sua terra attraverso plastica, legno, piante artificiali e luci al neon: una geografia domestica trapiantata in un palazzo romano. L’artista costruisce spazi di incontro in cui geografie lontane si toccano fisicamente, e qui il dialogo con la faglia aperta dall’aroma di caffè trova la sua eco più diretta. Il common act qui è sedersi fermarsi.

Il percorso si chiude nel disimpegno, dove la mostra si congeda senza enfasi: Vuoto pastello Azzurro di Ettore Spalletti (1989) e tre appendiabiti in vetro e ottone di Fontana Arte (1959) compiono un ultimo rovesciamento tra prezioso e quotidiano, tra opera d’arte e oggetto d’uso. L’ultimo common act richiede di uscire.
Nel suo insieme, Soglia / Common Acts mette in discussione la neutralità dello spazio e l’idea dell’esperienza museale, proponendo invece un modello fondato sulla coesistenza delle differenze e sulla centralità del corpo come strumento di conoscenza.

 

Società delle Api, Soglia/Common Acts, ph: Eleonora Cerri Pecorella.

 

Media relations:

PCM Studio di Paola C. Manfredi
 

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