Un bilancio (o quasi) di Artefiera Bologna

di Gregorio Raspa

E anche l’edizione numero 39 di Arte Fiera Bologna si è conclusa. Sono già iniziati i primi bilanci, i soliti: quelli dei Galleristi – più o meno soddisfatti – ma sempre pronti ad ostentare gli ottimi risultati commerciali raggiunti; quelli entusiasti degli organizzatori, impegnati a sottolineare l’ottima affluenza di pubblico e quelli degli addetti ai lavori, stacanovisti giramondo, totalmente assorbiti dalla mondanità dell’evento. Non mancano infine i commenti degli analisti, puntuali nel registrare, con i loro articoli – sempre più simili a noiosissime “fatture in prosa” – “il calcio alla crisi” e il “trend positivo del mercato”.  Tutte cose note insomma che, in quanto tali, non vi racconteremo.

A nostro parere, sono altre le riflessioni che, al di là dei tradizionali commenti sopra elencati, è opportuno fare sulla fiera d’arte che, nonostante il salutare ridimensionamento della superficie espositiva deciso qualche anno fa, rimane comunque la più grande d’Italia con i suoi 210 espositori e le 2000 opere in mostra.

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Ciò che si deve registrare, ad esempio, è il generalizzato aumento del taglio curatoriale degli stand. Una scelta giusta, quasi obbligata da parte della Fiera che, nonostante lo sforzo fatto, tuttavia appare ancora in ritardo – su questo terreno – dai risultati eccellenti raggiunti da Artissima e da quelli in crescita di MiArt.  Il maggior rigore sul tema curatoriale, alla lunga, non potrà che giovare alla Fiera e ai suoi risultati, anche commerciali. Ad oggi, infatti, esso è uno degli elementi – solo uno! – indispensabili per attrarre quel collezionismo colto e facoltoso, sempre più attento alla qualità e alla lungimiranza dei progetti.

Naturalmente Bologna non è Basilea o Londra. Qui non si vedono gli arabi, i russi o i cinesi. Tra i numerosi curiosi e appassionati di Arte Fiera, infatti, si aggira il collezionista domestico, amante della tradizione, quasi sempre in cerca, oltre che dell’affare, di rassicuranti conferme sulle scelte effettuate in passato. E’ così che, tra gli stand, il moderno abbonda, e i nomi più noti e celebri del mercato – Fontana, Castellani, Pistoletto e Boetti su tutti – diventano una costante nel lungo percorso espositivo. Non mancano poi, in grande quantità, gli illustri outsider di casa nostra, come Simeti e Pinelli, coralmente riscoperti dai galleristi sulla scia dei grandi successi internazionali – non solo commerciali – raggiunti da Bonalumi e Dadamaino, Scheggi e Manzoni.

Artisti di casa nostra dicevamo, perché i nomi stranieri sono pochi, troppo pochi. Certo, la quasi esclusiva presenza di galleristi nostrani penalizza, per ovvie ragioni, il respiro internazionale dell’intera manifestazione e la piccola, seppur interessante, sezione “Focus Est” da sola non può bastare.

Basta eccome, invece, la sezione “Fotografia” dove la qualità media delle opere appare discutibile e il visitatore attento quasi rivive un triste e raccogliticcio déja vu della Mia Fair della scorsa primavera.

Le nuove proposte invece – e per fortuna – non mancano. Sono diversi i giovani artisti presenti in Fiera da appuntare sul taccuino del collezionista in cerca di talenti su cui investire. Dopo la scorpacciata di veterani, vecchie glorie e forzate esumazioni, la vista di artisti under 35 non può che giovare al visitatore stanco, affamato e con le gambe gonfie, comprensibilmente annoiato dall’opera di Fontana o De Chirico già conosciuta perché magari vista, nello stesso stand, l’anno precedente.

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A proposito di nuove proposte, dopo una meritata tigella in centro, e un saluto furtivo ai capolavori di Niccolò dell’Arca, abbiamo visitato anche Set Up, l’altra fiera bolognese ospitata nell’autostazione della città piena zeppa di giovani curatori ed artisti desiderosi di farsi conoscere dal grande pubblico. Non tutti sembrano all’altezza, molti di loro probabilmente rimarranno per sempre ai margini, non troveranno né la gloria cercata né le attenzioni di un grande collezionista, ma l’entusiasmo che si respira da quelle parti è tanto e questo, per il momento, sembra bastargli. All’interno dei piccoli spazi di Set Up, affollati di opere e visitatori, si espongono sogni con spensierata leggerezza, si vive con convivialità l’arte, si gode di un ambiente festoso che soffoca l’ansia da prestazione commerciale, si conoscono nuove persone e, perché no, tra loro anche qualche futuro Maestro.

Foto: courtesy Terrain Vague, Cosenza