DIAGONALE SPAZIO: la mostra del Collettivo Basement che connette opere e luogo espositivo. Intervista al curatore Davide Silvioli

di Francesca Policastri

Diagonale Spazio è il titolo della terza mostra di gruppo del Collettivo Basement, da quando i cinque artisti vedono i rispettivi studi ubicati all’interno degli ambienti di Fondamenta Gallery, polo espositivo e culturale romano gestito dalla testata specialistica Insideart. A cura di Davide Silvioli, le opere di Chiara Amici, Margherita Giordano, Giovanni Longo, Mattia Morelli, Giulia Spernazza sono connesse reciprocamente da una dialettica silenziosa che riunisce lo sguardo di chi osserva, le caratteristiche del luogo espositivo, le particolarità del linguaggio di ciascun opera. Abbiamo intervistato il curatore.

Francesca Policastri/ Innanzitutto, come nasce il titolo della mostra e, con il suo cortocircuito lessicale, a cosa si riferisce?

Davide Silvioli/ I termini di diagonale e spazio, nella loro definizione, sono rispettivamente un segmento che interseca due punti non consecutivi e la dimensione entro cui tale connessione avviene. Nel progetto, queste due variabili si precisano in un’esperienza univoca, poiché è dall’intersezione dei loro valori, dunque fra il linguaggio delle opere intercettate trasversalmente dallo sguardo e le possibilità preposte dallo spazio, che deriva il dettato espositivo. Il risultato è una mostra ragionata a cinque voci, composta da una selezione di lavori inediti o specificatamente riformulati per la circostanza, che, fra consonanze e divergenze, rispecchia la medesima intenzione di corrispondenza, perché connotata dalla convivenza di alfabeti sì diversificati ma depositari di un approccio unanime. Difatti, in mostra, sono proprio le fasi di contatto a restituire l’equilibrio del punto zero, da cui ogni deriva espressiva ha origine. A raccordare la ricercata diversità degli esiti esposti, dunque, è la manifestazione da parte degli artisti di una sensibilità condivisa nel modo di confrontarsi con la categoria dello spazio, stabilendo una contaminazione continua fra quello architettonico, quello espositivo e quello delle opere in sé, che, in mostra, invita lo sguardo a una progressione in diagonale. Nell’integrità del progetto, difatti, le cinque installazioni, rappresentative delle proprietà del linguaggio di ogni artista, si articolano attorno a un movimento che ritma l’esposizione e che corrisponde a un movimento dello sguardo, rapportato alla struttura dello spazio. Si tratta dello stesso evocato dal titolo, da intendersi come due momenti strettamente legati e da leggersi in sequenza.

FP/ Accenni a consonanze e divergenze; si potrebbe entrare più nello specifico di questo aspetto?

DS/ In primo luogo, è da considerare che il progetto, più o meno indirettamente, è utile a mettere a fuoco le direzioni delle ultime traiettorie operative intraprese da ogni artista, giustificando così le motivazioni che sono alla base della mostra. Si tratta di esiti recenti appartenenti a cinque ricerche diversificate per tecnica ed estetica, rappresentativi, pertanto, delle relative soggettività. Ciò nondimeno, in controluce, applicando una visione complessiva ma pur sempre nel rispetto delle singolarità, tutti gli interventi esposti manifestano – come citato – una sensibilità gradatamente condivisa nel modo di interfacciarsi con la categoria dello spazio e risolta nella sua massima estensione di possibilità d’espressione, mediante un ricorso autonomo alla pratica dell’installazione. D’altronde, se è vero che – come detto da Szeeman – predisporre una mostra vuol dire, prima di tutto, coniugare il respiro delle opere con quello del contesto, è logico constatare come la diversità dei linguaggi in oggetto si stemperi di fronte al riconoscimento di tale attitudine, qualificandola come il dominatore comune spontaneo di un progetto volutamente declinato al plurale ma configurato per parificare, al contempo, incongruenze e simmetrie. Inoltre, la predisposizione appena registrata appare ancor più motivata al netto del fatto che la sede della mostra coincide con il luogo di sperimentazione dell’insieme degli artisti. Ragionevolmente, pertanto, potrebbe essere stato il cimentarsi congiunto nel medesimo segmento spazio-temporale ad aver permesso la maturazione generalizzata di tale inclinazione.

FP/ e come si relazionano tutte queste variabili nell’allestimento?

DS/ L’allestimento è concepito similmente a un piano cartesiano, dove ogni collocazione e interposizione fra le opere è sostenuta da una compenetrazione con il circostante che si fa indispensabile ai fini della definizione del dispositivo di mostra. Proprio l’allestimento, infatti, allo scopo di calibrare il grado di percezione dello spazio ospitante con la frequenza di lettura dei lavori presenti, ricopre nella fattispecie un importante funzione di identificazione prima e congiunzione poi, andando a valorizzare le qualità estetiche di ciascuna opera e ponendola in rapporto con le altre, tramite la tensione vicendevole creata dalla loro compresenza. Il risultato di un tale confronto ortogonale è una collettiva che, stimando indifferentemente contenuto e contenitore, giunge a fondere lo spazio del luogo con quello delle opere – e viceversa – fino ad amplificare il dominio estetico delle stesse al di fuori dei loro meri limiti fisici. Il tutto, è bene puntualizzare, costituisce un effetto collaterale della scelta autonoma degli artisti di cimentarsi nell’installazione, fino al punto di misurarsi, infine, con la totalità delle alternative plausibili offerte dallo spazio.

FP/ Questa convivenza complessa fra pluralità e condivisione, che spesso richiami, si rispecchia anche nella tipologia delle opere presenti?

DS/ Assolutamente sì. Seppur viviamo in un presente storico dove anche l’arte, in generale, è sempre meno in grado di maneggiare le differenze, penso che, nella sua stratificazione, questa sia una delle peculiarità portanti di Diagonale Spazio, insieme al fatto che tutti i lavori richiedono lunghe tempistiche di fruizione per essere adeguatamente letti. Invero, soprattutto per tali ragioni, nel vivo di una contemporaneità assuefatta dal sensazionalismo, dall’ipervisibile, dal sovraesposto e dall’ipertrofia mediale, l’esposizione, così, cerca anche di ricordare la sussistenza di un altro modo di interfacciarsi con la ricerca artistica corrente, opponendo la forza del ragionamento all’inconsistenza delle consuetudini. Il lessico tenue ed epurato da qualsiasi superfetazione estetica della Spernazza, in cui la minima testimonianza materiale equivale alla massima espressione dell’assoluto, il modus operandi della Amici, la quale pone reciprocità fra la quotidianità domestica, la presenza umana che ne permea lo svolgersi e gli oggetti che ne scandiscono la ritualità, le installazioni di Longo, che riproducono con legno di recupero rilavorato e organizzato successivamente a un meticoloso procedimento di catalogazione dalla eco concettuale parzialità ossee di strutture scheletriche animali, la grammatica della Giordano, ricca di rinvii all’esoterismo, alla simbologia, alla cultura classica e tradotte con l’impiego di materiali eterogenei, lo sguardo di Morelli, il quale compie una traslitterazione delle contraddizioni del nostra attualità globale, riflettono tanto alcune delle attitudini creative dell’operare odierno quanto tematiche di indubbio interesse.

Dall’alto: per entrambe Diagonale Spazio_Collettivo Basement, Installation view, Fondamenta Gallery, Roma. Foto © Giorgio Benni.

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