È ANCORA POSSIBILE UN’ARTE CIVILE? | Intervista ad Ettore De Concilis

di Sandra Tornetta |

A pochi giorni dalle celebrazioni per il Primo maggio e dopo la bagarre mediatica che sta accompagnando l’avvio della Biennale Arte 2026, viene da domandarsi se oggi esista ancora un’arte che possa essere definita civile. Lo abbiamo chiesto ad Ettore de Conciliis, classe 1941, autore del discusso Murale della Pace nella Chiesa di San Francesco ad Avellino, strepitoso inizio di una produzione artistica che, pur sperimentando linguaggi e attitudini creative diversificate, ha mantenuto un legame integro e coerente con i temi della spiritualità, della pace e della fratellanza. L’ opera, realizzata nel 1965, provocò subito grande scalpore. Una sorta di moderna Guernica sulla quale campeggia il San Francesco di Cimabue, attorniato da figure di rilievo della Chiesa cattolica e da illustri rappresentanti della società civile come Pavese, Pasolini, Mao Tse-Tung.

 

Lei ha studiato la pittura dei muralisti in Messico con Siqueiros; a New York con Robert Smithson ha assimilato i nuclei concettuali della land art che sarà fra i primi ad importare in Italia, a Portella della Ginestra per il Memoriale della strage del 1947. Come è passato dalle opere di impegno civile della sua giovinezza alla pittura su tela e a questa rigorosa maestria del pennello di cui si fregiano le sue ultime produzioni?

EDC/ Quello che io sento attualmente è che il medium di queste mie ultime opere si nutre della mia passione nella ricerca di un’espressione attraverso il linguaggio della pittura, pittura di paesaggio soprattutto. Questo lavoro di pittore di paesaggio ha i suoi precedenti nella pittura post-impressionista, di cui per molti anni mi sono interessato durante un mio lungo soggiorno in America e che ha un forte legame con la tradizione. Ma in fondo, anche nel caso del Memoriale di Portella il paesaggio resta il nodo fondamentale. Lì, al posto degli ostici elementi della tela e dei colori ad olio, che sono il medium che io prediligo nei miei quadri, ho usato un altro medium, un’opera ecologica, fatta con i materiali del posto, insita nel paesaggio stesso, le pietre, lo spazio, l’ambiente agreste. Un’opera di land art perché utilizza i prodotti della terra, diventa terra; ma allo stesso tempo è arte ambientale.

Abbiamo da poco celebrato la Festa dei Lavoratori, una ricorrenza che a Portella della Ginestra ha assunto una valenza diversa. Il suo contributo lì va letto nell’ottica di un’arte carica di tensione civile. Pensa che oggi si sia persa un po’ della passio sociale e rivoluzionaria che ha caratterizzato quegli anni di lotta?

EDC/ Purtroppo l’eccidio di Portella, come molti storici hanno sottolineato, ha anticipato una stagione che è sfociata negli anni di piombo, fino all’uccisione di Moro e di Piersanti Mattarella. Anni duri. Ora, un artista non può rimanere insensibile a questi eventi così luttuosi, e un artista di paesaggio come me disegna il paesaggio – come nei quadri ad olio – ma lo segna anche, come ho fatto a Portella, per fare in modo che l’arte dia attenzione in un modo nuovo alla storia. Per questo ho lavorato al progetto di Danilo Dolci in seguito alle manifestazioni legate alla Diga dello Jato. Anche in quel caso, quella passione e quella attenzione degli operatori che lavoravano nel Centro Studi di Trappeto erano vicine al mio interesse per i problemi della società; ecco perché dipinsi lì un murale contro la mafia ed in favore del progresso sociale. L’arte, non solo la mia, ma tutta l’arte di fine Novecento, è stata per tanta parte legata alle problematiche della società.

In questa sua ultima produzione, soprattutto nelle tele dominate dal verde, si nota una certa carica spirituale.

EDC/ Parto dal tentativo di interpretare i colori dell’acqua, di certi laghi del Trentino nello specifico. La dimensione spirituale che lei nota è certamente presente, ma va interpretata in una direzione panteista.

Un’anticipazione sui suoi nuovi progetti?

EDC/ Ad Erice è in corso il tentativo di riqualificare uno spazio dedicato all’arte contemporanea all’interno di un brutto edificio degli anni settanta con un mio murale che dovrebbe essere realizzato sulla facciata. Sarà un paesaggio.

 

Murale della Pace, Chiesa di San Francesco, Avellino, (part).

 

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