INTERVIEWS

FRA PROGETTO E MUTABILITÀ

Francesca Mussi

– Davide Silvioli

 

La pratica artistica di Francesca Mussi si distingue per un’evidente versatilità procedurale, accompagnata, tuttavia, da punti fermi molto saldi. Capiamo ora, dalle sue parole, le ragioni alla base della sua ricerca.

Davide Silvioli/ Osservando il corpus dei tuoi risultati, Francesca, si riscontra l’impiego di tecniche e soluzioni espressive diversificate. Qual è l’esigenza alla base di tanta pluralità?

Francesca Mussi/ Mi affascina lavorare con soluzioni diverse, la coerenza sta proprio nella libertà di passare da una soluzione all’altra, e questo è un approccio molto naturale che ho sempre avuto. Ogni mio progetto ha una mutabilità e una diversificazione rispetto al lavoro precedente, lo concepisco come un’isola indipendente e come una sfida nuova. Se non fosse così probabilmente mi annoierei. Infine, il mio lavoro si forma molto spesso ispirandosi al luogo in cui viene esposto, e questo è un fattore molto influente.

DS/ Tuttavia, senti sia possibile individuare un comune denominatore operativo e/o semantico?

FM/ È sempre onnipresente in quello che faccio la sensibilità della grafica d’arte, con la quale mi sono formata per diversi anni all’Accademia di Brera a Milano e la quale mi ha indotto a considerare lo spazio e il lavoro in-situ in contrapposizione alla restrizione del foglio. Alcuni miei lavori nascono da azioni che compio privatamente e che concepisco come matrici: dai diversi movimenti genero immagini sequenziali. Le pose e i gesti sono semplici ma portano ad un principio di origine generativa che penso sia comune a tutti, come un mito. Molti miei lavori hanno una radice intima ma che appartiene alla collettività, passano per una successione e una trasformazione di immagini, per la quale molto spesso il risultato finale è un frammento, una silhouette, un residuo.

DS/ In relazione al rapporto con lo spazio espositivo, come approcci la realizzazione di un nuovo progetto da affrontare?

FM/ È molto importante per me che l’opera sia liquida con lo spazio, che il lavoro abbia a che fare con il punto in cui si trova, per coinvolgere chiunque visiti la mostra nel “qui e ora” di quel preciso istante. Cosa totalmente stravolta con la maniera di fruizione delle immagini dei social network. Per cercare questa sorta di aderenza fisica con lo spazio espositivo parto spesso dalla storia del luogo. Amo andare alla ricerca di piccole storie e miti che si possano leggere nel presente in maniera aperta per poi essere re-interpretati e letti in maniera altra. A volte intervengo con una mia narrazione personale riversando la sfera privata in quella collettiva e mescolando periodi temporali diversi.

DS/ Anche a fronte della tua formazione e del tuo operato nell’ambito della grafica e della stampa d’arte, quale pensi, oggigiorno, sia il valore delle immagini e della visualità?

FM/ Penso che il valore dell’immagine sia quello di far soffermare la gente. Mi importa la potenza di sospensione delle immagini, la loro capacità di rallentare il tempo. Penso siano intramontabili i modelli dell’arte classica ereditate successivamente dall’arte rinascimentale per le quali la grafica d’arte ha sempre ricoperto un ruolo importante di trasmissione e diffusione dei modelli, che influiscono ancora oggi sul modo in cui guardiamo una composizione contemporanea. Nella scelta delle immagini di alcuni lavori mi ritrovo spesso a optare indirettamente per le pose iconografiche del passato.

DS/ Infine, in quale direzione, attualmente, ti sta conducendo la tua ricerca?

FM/ Sto cercando di utilizzare più processi di stampa alternativi come la gum print e soprattutto sempre meno materiali tossici non riciclabili. Penso che sia lo sforzo che tutti debbano cercare di fare, e l’artista deve essere portatore primario di questi valori. Penso sia sempre più urgente creare con i materiali che abbiamo a disposizione, in maniera ciclica, come ho optato per il mio ultimo lavoro Il libro di Beth (2020) presentato per la residenza “Sciame Project”, in cui vertevo proprio sul concetto di essere tutti “com-panis”.

Dall’alto: UNSEEN PERFORMANCE, 2018. Gum print su carta. IL LIBRO DI BETH, 2020. Stampe alla barbabietola su pane. Per entrambe courtesy dell’artista.

© 2020 BOX ART & CO.

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