GENITORIALITÀ NELL’ARTE | Intervista a Sara Basta

di Loredana Barillaro

Loredana Barillaro/ Sara, ho molto apprezzato il tuo recente progetto alla Fondazione Pastificio Cerere di Roma dal titolo “La prima madre”. Oltre che per una tua personale riflessione sulla maternità, attraverso la tua esperienza di figlia prima e madre poi, mi sembra possa connotarsi anche come un’indagine sulla genitorialità nel suo significato più ampio, è così?

Sara Basta/ Sì esattamente, è proprio quello che mi interessava approfondire. Da un lato c’è un aspetto legato ai miei lavori e ai materiali che li compongono, direttamente collegato alla mia esperienza familiare e alla mia memoria. Da un altro c’è un aspetto politico, nel senso etimologico della parola, cioè che riguarda la vita pubblica e quindi anche lo spettatore, che può rispecchiarsi o meno nel lavoro e fare le sue riflessioni. Parto dal mio personale perché è l’unico modo che conosco per riflettere sulle cose, vicine o lontane che siano, ma non sono interessata a mantenere un legame con le contingenze biografiche. Mi piacerebbe che il pubblico entrasse, almeno un po’, nei lavori come si entra in un romanzo in cui ti senti completamente coinvolta, anche se quello di cui si parla non sei tu. Quell’esperienza di essere totalmente nel racconto che si vive con la letteratura.

LB/ Credo possa contribuire anche a fare chiarezza in un ambito, quale è quello dell’arte, in cui talora la maternità è vista ancora come un “tabù”, una difficoltà a far coesistere le due cose. Può quindi essere una sorta di indagine culturale oltre che antropologica?

SB/ Voler mettere al centro dei miei lavori l’infanzia e l’essere madre è anche una risposta a questo tabù, alla rimozione del mondo dell’arte (almeno qui in Italia) nei confronti di questi temi. Per anni le artiste hanno scelto di non fare figli per non dover abbandonare la carriera. Nonostante sempre più donne possano autodeterminarsi e scegliere se avere figli o meno, la scelta di essere genitori e artisti è ancora una scelta critica. Per chi non può appellarsi al patrimonio familiare c’è da affrontare un percorso fatto di precarietà e lavori saltuari da affiancare alla carriera artistica e da sommare al tempo necessario alla cura dei figli. Di questo e di altro discutiamo anche nel collettivo The Glorious Mothers, un gruppo di artiste e madri, in cui ironicamente ci definiamo “gloriose” in contrasto al contesto “tragico” in cui ci muoviamo. Come artiste/i e genitori non ci è riconosciuta neanche la maternità/paternità. Essere madri e artiste è una condizione quasi paradossale all’interno di un sistema dell’arte italiano che non tutela in generale le artiste e gli artisti, e che non prende assolutamente in considerazione le esigenze dei genitori. Partire per una residenza spesso vuol dire decidere di lasciare la famiglia a casa, se le condizioni lo permettono, oppure rinunciare. Anche andare alle inaugurazioni può essere uno sport estremo con i bambini piccoli sia che si portino (oltre tutto spesso non sono graditi) sia che si lascino a casa, dovendo fare tutto di corsa. Mi piacerebbe che questi temi fossero affrontati collettivamente, mentre spesso percepisco una certa diffidenza, anche in contesti in cui condivido posizioni, immaginari e lotte su altri temi. Sento un forte pregiudizio, come se non esistessero modi diversi di essere genitori. C’è un’ostilità condivisibile verso un modello univoco della famiglia nucleare al centro del sistema capitalistico, ma alla fine questo modello non è l’unico modo di essere genitori, esistono molte più risposte. Anche chi decide di riprodursi può opporsi al sistema produttivo e estrattivo in cui viviamo. C’è chi è genitore eppure cerca quotidianamente spazi di resistenza, di collaborazione, di interconnessione e lo fa attraverso la collaborazione intergenerazionale, oltre che nell’ambizione di una collaborazione “interspecie”, citando Donna Haraway.

LB/ Puoi raccontarmi più in generale il tuo percorso, gli ambiti di azione; come si è sviluppato nel corso degli anni il tuo lavoro?

SB/ Ho iniziato studiando pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma e in seguito, spinta dal desiderio di confrontarmi con altri contesti mi sono spostata in Finlandia per un Master di due anni in “Time and Space”. In generale ho avuto bisogno di continuare a formarmi, sento continuamente questo desiderio di alimentare la mia ricerca, formalmente e informalmente. Lo scorso anno di nuovo ho preso parte a un Master. Con una borsa di studio ho partecipato al primo anno del master PACS in arti performative e spazi comunitari organizzato da Palaexpo e dalla facoltà di Architettura di Roma Tre. L’esigenza di continuare a studiare nasce da una curiosità costante, ma anche dall’essermi sentita sempre fuori contesto rispetto al mondo dell’arte, sempre inadeguata. In alcuni casi questa inadeguatezza l’ho risolta allontanandomene, lavorando in altri luoghi, con persone estranee all’arte, anche fuori dal mio studio, nell’idea di mantenere un contatto con la “realtà” fuori dalle gallerie, dai musei, etc. In ogni caso per poter continuare a lavorare come artista non ho potuto allontanarmi completamente, perché il sistema dell’arte rimane sempre il referente verso cui tendere o da cui allontanarsi, dunque detta sempre la misura del nostro esserne dentro o fuori. In un mondo come quello dell’arte in cui tanto contano le opinioni personali, talvolta conservative e conformiste e spesso molto volubili, ho imparato a rimanere solida, a farmi influenzare relativamente, costruendo il mio lavoro secondo i miei bisogni autentici.

LB/ Il tessuto – e i tessuti – su cui si fonda gran parte del tuo lavoro, correggimi se sbaglio, possono connotarsi quale mezzo tanto mentale quanto materiale della tua ricerca?

SB/ Mi piace la capacità dei tessuti di contenere storie, il loro potenziale narrativo. Sono un elemento sempre presente nella nostra quotidianità. Di tessuti sono composti i nostri abiti, le lenzuola, le coperte, gli elementi essenziali che ricoprono il nostro corpo e che compongono la nostra casa. I tessuti sono strumenti simbolici che mettono in atto connessioni concrete, creano tessiture tra le persone, le cose, l’ambiente. Nei tessuti c’è gran parte della nostra memoria. Per questo motivo li utilizzo nella maggior parte dei miei lavori, nei workshop e nei progetti che sviluppo collettivamente.

Dall’alto: WELCOME, 2019. Scritta di stoffa wax cucita su tovaglia da picnic, 100×150 cm. ANTENATE #2, 2021. Stampa fine arts, 60×80 cm. Per entrambe courtesy dell’artista.

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