LA FILOSOFIA DELLA SEDIA | Intervista a H.H Lim

di Sabino Maria Frassà

H.H. Lim è uno tra i più noti artisti contemporanei, protagonista di quattro edizioni della Biennale di Venezia (2010 – Architettura, 2013, 2015, 2019). Di origini cinesi, è nato a Kedah, in Malaysia, nel 1954. Dopo aver viaggiato e studiato in tutto il Mondo, dal 1976 vive e lavora tra Roma e Penang. Diplomato all’Accademia di Belle Arti, dopo i primi anni dedicati all’assimilazione della cultura occidentale, ha fatto della “resistenza” (e delle sfide) la chiave della sua intera produzione artistica. Con la fondazione dello spazio espositivo no-profit Edicola Notte (1990-2015), è stato tra i principali promotori culturali della capitale, realizzando progetti di importanti artisti italiani e internazionali. Combinando la propria cultura Orientale con quella Occidentale, la sua ricerca è fondamentalmente incentrata sull’ingannevolezza delle apparenze e sul valore della parola che, associata a delle immagini, in un illusorio nonsense, innesca spiazzanti cortocircuiti, attraverso i quali analizza la complessità, nonché le contraddizioni, anche socio-economiche, del presente. La sua arte è ricca di oggetti: da prima semplici comparse, con gli anni si sono evolute in vere e proprie sculture. Una parte della sua ricerca senz’altro meno nota che abbiamo deciso di approfondire intervistando l’artista in occasione della nuova mostra “NO, NO? NO. NO!” al Gaggenau DesignElementi Hub di Milano.

Sabino Maria Frassà/ Appena arrivato in Italia hai cominciato a fare performance, nel mettere alla prova il tuo corpo ti raccontavi. Sin da quelle prime performance non eri mai tu da solo, avevi con te oggetti. Soprattutto sedie e valige. Perché?

H.H Lim/ Gli oggetti sono sempre stati da me coinvolti spontaneamente. Nelle prime performance negli anni ’70 e ’80 mi travestivo da messaggero con una valigia contenente tutte le informazioni che avevo raccolto, come un esploratore che torna a casa. Il viaggio – alla scoperta sempre di cose nuove – per me è fondamentale e fa parte della mia esistenza. Non mi immagino né concepisco senza una sedia e una valigia. Viaggiare è un qualcosa di fisiologico, come lo è bere o mangiare. Lo fai, prima di tutto, perché devi. L’essere umano fermo non può stare, è nomade. Ho sofferto infatti così tanto durante il Covid per questo impedimento. La comunicazione, per me fondamentale, vede nel viaggio la premessa e il modo per cercare un’armonia e la pace universale. Chi viaggia e ama viaggiare non crede nelle nazioni; conosce il bello e non può che volere la pace.

SMF/ Eppure – la sedia e la valigia – sono due oggetti così diversi.

HHL/ Sono due aspetti complementari del viaggio, che non è sinonimo di movimento, ma di andare a scoprire cose nuove: la valigia serve per portare cose con sé, la sedia per riposarsi. Del resto in questo momento entrambi siamo seduti, anche se in due luoghi opposti del globo. A pensarci bene forse sono più attaccato ora all’idea e importanza di sedia, piuttosto che di valigia, che può anche essere una zavorra. La sedia invece è come un’ombra, è qualcosa di quantomai intimo, sempre con te, che cambia in ogni luogo che incontri. La valigia è uno strumento per avere radici, la sedia per conoscere.

SMF/ Sembra essere una forma di “filosofia della sedia.

HHL/ In effetti io ho realizzato molte sitting sculptures. Tra tutte le forme di design senz’altro la sedia è la forma che più mi attira ed è vero che ci vedo molto, quasi a costituire un pensiero autonomo. Senz’altro però la mia è più di una visione dell’oggetto e del design. Da troppo tempo vedo un forte fraintendimento sul significato stesso di moda e design: non sono un qualcosa di massificato e industriale. Tutto nasce da un’idea, da un’ispirazione non utilitaristica ma di ricerca estetico-sociale. Alla massa arriva quindi, attraverso la riproducibilità tecnica, un’idea geniale duplicata da un prototipo, che è opera d’arte di per sé: l’arte del vestire per l’alta moda, l’arte del vivere per il design.

SMF/ Negli anni infatti hai trasformato oggetti di design in sculture, soprattutto sedie. Partendo da un’idea “duchampiana” di ready made hai elaborato con tuoi interventi elementi di design industriale. Come mai e com’è avvenuto tale passaggio?

HHL/ Fisiologicamente. Amo il design anche se non sono un designer e l’oggetto – soprattutto sedie e valige – accompagnano da sempre la mia vita. Perciò ho sentito il bisogno di applicare le mie lettere alle mie compagne di viaggio. È un modo diverso per esprimere l’ambiguità nella comunicazione e nel linguaggio trasversale a tutta la mia ricerca artistica. Al Museo Manzù nel 2005 tutto ha preso forma. Sono infatti riuscito a trasformare la sedia in capolavoro, le mie sculture in performance: ho scritto sulle sitting sculpture “punto di vista” e le ho posizionate negli angoli dai quali secondo me si vedevano e apprezzavano meglio le opere del Maestro, ovvero negli angoli delle stanze. Questi miei manufatti erano perciò lo strumento da cui partiva una performance che durò tutto il tempo della mostra: tutti gli spettatori erano invitati a sedersi e a condividere con me il “mio” punto di vista, vedendo lo spazio da una nuova prospettiva. La sedia non era più un semplice oggetto, ma uno strumento reale di comunicazione, intimo, genuino e più potente di tante parole.

SMF/ Come hai scelto il materiale con cui realizzi le tue opere artistiche di design? Ami l’alluminio, ma mi ricordo sculture in bronzo e perfino in legno.

HHL/ Il bronzo è uno dei materiali della scultura. Il pensatore – ovviamente seduto – di Auguste Rodin su tutti! Quindi a volte mi sono cimentato anche io con il bronzo, ma il materiale per me è funzionale all’impiego nella mia arte, il bronzo l’ho usato a volte con ironia su alcune piccole opere per enfatizzarne il peso e valore. Ma le sedie di Manzù dovevano essere impiegate dalle persone e non era pensabile fossero in bronzo. Perciò non parto dalla materia, ma dal viaggio che voglio fare e far fare con le mie opere: ogni volta cambia!

Dall’alto: PUNTO DI VISTA, 2005. 86x43x43 cm. BOTTIGLIA ORO 9999K, 2017. Per entrambe foto © Francesca Piovesan. Courtesy dell’artista, Gaggenau e Cramum.

© 2023 BOX ART & CO.

(alle pagine 6-7 del numero 46 di SMALL ZINE)