L’archeologia del capitalismo di Flavio Favelli

di Sandra Tornetta |

A Gibellina, città che ha fatto della frattura e della ricostruzione il proprio lessico distintivo, l’opera 500 di Flavio Favelli si inserisce all’interno di un più vasto ragionamento che ha il suo nucleo fondamentale nell’idea di spazio pubblico. Un’opera che resta, destinata alla sopravvivenza o all’alterazione in base a come il luogo verrà vissuto dalla comunità; due banconote, quella da 500.000 lire e quella da 500 euro, affiancate e riprodotte in proporzioni estremamente maggiorate, realizzate sulla parete di un vicolo cieco. Durante il dialogo con Cristina Costanzo, curatrice dell’intervento nell’area adiacente Piazza 15 gennaio 1968, lo stesso artista ha dichiarato di essersi a lungo interrogato sulla possibilità di proporre in questa terra un soggetto potente come i soldi. “Con i soldi non si scherza, tanto che in altri luoghi mi è stato proibito. Il denaro è un tema ambiguo, ancora pregno di mistificazioni. Ho pensato che in passato gli artisti rappresentavano il perno attorno a cui ruotava l’esistenza umana, cioè la religione. Oggi mi pare evidente che il perno siano i soldi. E’ questa l’urgenza del contemporaneo”. Le banconote sono delle icone di per sé, immagini con cui ci interfacciamo quotidianamente ma sulle quali ci soffermiamo poco. Lo stesso paradosso che tocca a certi luoghi di passaggio, talmente battuti che finiscono per non essere visti né vissuti pienamente dagli stessi viandanti. Favelli, che lavora da sempre con oggetti che hanno attraversato la vita quotidiana – insegne, marchi commerciali, mobili – trasforma la funzione della banconota in dispositivo estetico che, abbandonando la sua retorica commerciale, si colloca come un documento della storia economica e sociale del nostro paese. La forza dell’opera risiede però nella sua componente emotiva: Favelli intercetta infatti una sorta di legame affettivo con un mondo che non esiste più, di cui la banconota da 500.000 lire rappresenta la traccia di coloro che le hanno desiderate, possedute, consumate. Oggetti di consumo che, per dirla con Bauman, diventano soggetti di consumo, simboli dentro cui specchiarsi per intravedere le proprie rovine, sedimentazioni di memoria seriale che il mercato ha prodotto, utilizzato ed infine dimenticato. Una sorta di archeologia del capitalismo dentro cui l’artista si muove con la stessa perizia di un archivista che metodicamente seleziona, confronta e assembla nuove forme valoriali.

In linea con la definizione di realismo capitalista che Mark Fisher descrive nel celebre saggio del 2009, Favelli concentra l’attenzione sulla difficoltà di concepire un’alternativa possibile ad un sistema che ha occupato non solo l’economia ma l’intero immaginario collettivo del villaggio globale. Il denaro, sterco del diavolo, modella i desideri e ridefinisce i contorni del mondo del possibile. Con 500 Favelli mostra proprio il momento in cui il feticcio della merce perde la propria valenza sistemica e diventa testimonianza, storia, documento del passato che continua ad abitare il presente. Se per Wharol la matrice pop era il grimaldello per riuscire a scardinare in chiave ironica l’espansione del capitalismo americano, Favelli ne ribalta la prospettiva, rendendo i suoi muri dipinti macerie del contemporaneo che, private della levigata brillantezza originaria degli oggetti rappresentati, lasciano un senso di vuoto e di malinconia. Una riflessione sulle cicatrici della storia sociale italiana, che in una città come Gibellina assume un significato ancora più profondo. Qui infatti la memoria non è un archivio immobile, bensì un territorio vivo, continuamente riscritto dall’arte. I muri di Favelli dialogano con i luoghi nati dalla perdita e dalla ricostruzione, intessendo una narrazione capace di raccontare la grammatica del desiderio e della memoria. Favelli sceglie di rallentare la corsa della merce, sottraendola alla velocità del consumo per restituirla al tempo della storia. Quella di ognuno e quella di tutti.

Flavio Favelli, 500, acrilico su muro, 350×700 cm ciascuno (500 euro) e 350×750 cm ciascuno (500 mila lire), 2026, Gibellina. Area adiacente Piazza 15 gennaio 1968. Opera realizzata nell’ambito del programma di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026. Foto sisilab per Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026.

 

© 2026 SMALL ZINE

NEWS

Archivio

SMALL ZINE da sempre si connota per una linea editoriale sobria, rigorosa e per una costante attenzione alla qualità dei contenuti. Semplice, chiaro, immediato e di efficace fruizione. Un progetto che pone attenzione alla scena artistica contemporanea del panorama nazionale e internazionale. 

Seguici su

SMALL ZINE – Magazine online di arte contemporanea © 2026 – Tutti i diritti riservati.
Aggiorna le preferenze sui cookie