di Sandra Tornetta |
L’ingresso alla mostra “Chiharu Shiota: The Soul Trembles” visitabile fino al 28 giugno 2026 presso il MAO di Torino mette subito in agitazione. Mentre attraverso gli intrecci di fili che sbucano da relitti di barche e come funghi atomici avviluppano le pareti e il tetto in un magma rosso che evoca una sensazione di annichilimento e insieme di astrazione, penso alle reti complesse delle sinapsi, a quanto esse somiglino ai filamenti cosmici delle galassie, a come micro e macro spesso si confondano. Sembra di addentrarsi all’interno del citoscheletro dei neuroni, che si allacciano in grumi nervosi per poi esplodere in onde cavernose che trascinano il visitatore all’interno dei meandri profondi della mente. L’estetica delle connessioni mantiene un legame atavico con molte tradizioni arcaiche, che sanno di viscere della terra, protomi informi in dialogo costante fra corpo e anima. Una scelta espressiva quella di Chiharu Shiota preziosa e potente, che partendo dal racconto delle esperienze personali dell’artista legate al corpo e al suo rapporto col tempo e con lo spazio, arriva a suggerire interconnessioni galattiche, dove l’uno e il molteplice dell’infinito si riuniscono nelle spirali dell’universo, come nei disegni che accompagnano il visitatore fra un’installazione e l’altra, dove la cellula si diparte da una fibra ombelicale indicando l’esistenza di un contatto perenne con lo spirito primo della creazione. Una forma di entropia che definisce l’uno rispetto all’altro, in un’intima semantica della relazione cosmica. In un’epoca segnata dalle connessioni virtuali, parlare di fili come di legami intrecciati che talvolta possono anche trasformarsi in muri diventa un’operazione di denuncia sociale, che dal micro del frame passa al macro delle galassie, inseguendo le affascinanti suggestioni dell’universo quantico.
Sulla stessa scia, nel 1981 Maria Lai nella performance Legarsi alla montagna aveva usato i fili per suggellare i legami che univano le persone ai luoghi, alle loro radici, dove il filo era segnale di un percorso fatto di contatti, di connessioni, di mani; filo di Arianna che conduceva alla salvezza nella condivisione degli spazi del vivere quotidiano e contemporaneamente nodo, legame, sosta. I fili sanciscono gli intrecci, ne disvelano le geometrie complesse e gli intricati sviluppi, aderendo al modello di mondo-rete, in cui le interconnessioni sembrano guidare la nuova era globale. Se per Maria Lai il filo rappresenta unione, per Shiota può diventare un cammino verso l’ignoto. Entrare nel corridoio oscuro intitolato In silence significa addentrarsi nelle profondità dell’io, lasciarsi penetrare dal buio, attraversarlo. I disegni che accompagnano le installazioni seguono il percorso dell’artista attraverso illuminanti e spesso paranoiche visioni del corpo profanato dalle sostanze della natura, che sembra volere riportarlo a sè. Lo immerge nel fango, nella terra, lo incapsula in tubi simili al bondage sadomaso, dentro i quali scorre un liquido rosso sangue. Le carte si rimescolano continuamente in un gioco di percezione che oscilla fra perturbante e misticismo, dove la leggerezza delle impalcature è solo un’illusione che nasconde il lato tragico delle gabbie fitomorfe e ci riporta indietro, all’autoctonia, all’ essere parte di un sistema grandioso ed incomprensibile, che è fuori di noi e contemporaneamente dentro di noi.
Karl Popper, nel memorabile saggio “Il realismo e lo scopo della scienza” disse che la scienza si distingue dalle altre forme di sapere in quanto conoscenza falsificabile. Questa nuova epistemologia nata nel solco delle teorie di Einstein sulla relatività, riflette un atteggiamento che va a confutare lo stesso metodo scientifico fin lì utilizzato, poiché propone che sostenere che solo le affermazioni verificabili abbiano significato e valore, non sia del tutto verificabile empiricamente. Concetto affascinante quanto pericoloso. È la scienza che nega se stessa. Ma poiché gli artisti sono le sentinelle di un futuro che spesso tarda a manifestarsi, come catalizzatori di energie universali indicano la via, restando spesso incompresi. Io sono nel mondo o io sono il mondo? Il rapporto uno-mondo o meglio uno-infinito è uno dei concetti più saccheggiati dal mondo dell’arte.
Mi viene in mente il famoso verso di Walt Whitman, I containe multitudes, che nel tempo è diventato una sorta di mantra per i linguaggi contemporanei. Penso alle installazioni luminose di Marinella Senatore, che ne ripropongono in chiave pop-iridescente l’acume introspettivo; o ai recentissimi lavori di Luca Pozzi, che crea opere che cercano un dialogo intergalattico attraverso l’implementazione delle più recenti scoperte della fisica quantistica, come in Third Eye Prophecy Awake, dove un muonic scintillator realizzato dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare rivela la presenza di particelle subatomiche attraverso impulsi di luce intermittente, attivando una comunicazione con l’universo di struggente fascinazione. L’opera è inserita all’interno della Chiesa di San Fortunato a Todi e resterà esposta fino al 19 luglio 2026 nell’ambito di “Mystica Visio” un progetto dedicato alle connessioni fra arte contemporanea e spiritualità medievale. Le visioni della mistica medievale si intrecciano così alle tensioni dell’arte contemporanea, mostrando come il kosmos, nella sua arcaica definizione di ordine precostituito sia in continuo dialogo con il kaos abissale da cui tutto ebbe origine, in cui gli elementi della natura sono in interazione costante con l’idea di trascendente. Forse l’arte è l’unico acceleratore di particelle che siamo in grado di esperire, per sentire le energie che ci attraversano e ci muovono e ci connettono per involarci sopra di noi e dentro di noi alla velocità della luce. Un cosmic jive – per dirla con David Bowie – che mima il ronzio dell’universo e che, sublimando le frustrazioni indotte dalla nostra caducità, ci illude di potere godere di una trasmissione eterna con il prima e il dopo, con la materia e l’antimateria. Per scoprire che alla fine, forse, non saremo altrove ma ovunque.
Dall’alto: Shiota Chiharu, Uncertain Journey, 2016/2025. Metal frame, red wool – Dimensions variable – Installation view: Chiharu Shiota: The Soul Trembles, MAO Museo d’Arte Orientale, Torino, 2025 – Photo: Giorgio Perottino – Photo courtesy: MAO Museo d’Arte Orientale. Shiota Chiharu, In Silence, 2002/2025. Burnt piano, burnt chair, Alcantara black, Thread – Dimensions variable. Production support: Alcantara S.p.A. Installation view: Chiharu Shiota: The Soul. Trembles, MAO Museo d’Arte Orientale, Torino, 2025 – Photo: Giorgio Perottino – Photo courtesy: MAO Museo d’Arte Orientale. Chiharu Shiota: The Soul Trembles, MAO Museo d’Arte Orientale, Torino, 2025 – Photo: Giorgio Perottino – Photo courtesy: MAO Museo d’Arte Orientale. Luca Pozzi, Awake Third Eye Prophecy, 2026, Rivelatore di particelle dell’INFN ( Muoni), piedistallo in legno, Cristallo grigio specchiante. Courtesy: the artist
© 2026 SMALL ZINE



