di Loredana Barillaro |

In occasione della mostra “ULTRALEGGERA. A design journey with Marcello Gandini between Italy and Qatar” – in corso al MAUTO di Torino fino al 31 agosto 2025 – ho intervistato Marzia Gandini, figlia del celebre designer e co-curatrice della mostra. Sono emersi onestà intellettuale e continua volontà di innovare guardando sempre al futuro, all’interno di una professione portata avanti nel rispetto di se stesso e del propio ideale di lavoro. Grazie a Marzia Gandini per averci raccontato e trasmesso quelli che erano i valori di suo padre.
Marzia, mi dica, qual è la natura della mostra dedicata a suo padre, il designer Marcello Gandini – in corso al MAUTO di Torino – intitolata ULTRALEGGERA di cui lei e co-curatrice assieme a Simone Carena?
Marzia Gandini/ Ultraleggera è un percorso nel messaggio umano e professionale di mio padre. Il concetto espositivo non è una celebrazione delle sue auto o degli oggetti che ha disegnato, ma un racconto della sua forza creativa, delle sue invenzioni, dell’audacia dei suoi progetti. La mostra, pensata per viaggiare da Doha poi a Torino e in seguito in altri paesi, arricchendosi a ogni tappa di nuovi spunti e interpretazioni, racconta lo spirito rivoluzionario di Marcello Gandini, portando il visitatore a riflettere su come il suo messaggio possa avere un valore cruciale in questo tempo e nel tempo futuro.
Qual è l’eredità che Marcello Gandini ha lasciato in quanto designer? E a lei, cosa ha tramesso suo padre di tutta la bellezza del suo lavoro e del coraggio di innovare?
MG/ Credo che abbia lasciato un’eredità universale e non solo specifica di designer: il coraggio, la purezza nell’approccio creativo, la profonda onestà intellettuale e reale, il rifiuto dei compromessi, delle soluzioni facili. Per un designer questo si traduce nel cercare di realizzare solo i progetti in cui crede, nel non monetizzare il proprio talento a scapito della verità dell’idea, e soprattutto nell’inventare da zero ogni auto o oggetto. Mai copiare gli altri, e nemmeno se stessi. Trovare sempre idee nuove. A me ha insegnato la perseveranza, il guardare oltre la soluzione più facile, il piacere di fare bene ogni cosa che si intraprende, ricercando la bellezza in ogni gesto, azione, risultato. Mi diceva spesso con dolcezza: «se fai una cosa falla bene, con la cura che merita, oppure non farla del tutto».
Una frase molto bella e significativa in cui lei afferma “…solo l’idea, nella sua forma più pura, che dalla mente passa a una matita e si fissa su un foglio bianco” ci chiarisce in parte quale fosse l’approccio al lavoro attuato da Marcello Gandini. Secondo lei, che ne ha potuto osservare da vicino il lavoro, qual era la linfa che ha nutrito il processo creativo di suo padre, da cosa si lasciava ispirare per l’ideazione dei suoi progetti?
MG/ C’era senza dubbio un talento innato in lui, una forza creativa dirompente, che lo ha caratterizzato sin da piccolo e lo ha accompagnato per tutta la vita. Era come se dovesse soltanto far affiorare le idee, coglierle e fissarle sulla carta. Non cercava ispirazione in influenze esterne, correnti culturali o idee di altri. Si immergeva nell’ambiente e nelle condizioni per lui necessarie: il silenzio, la natura, la solitudine, la notte. l suoi progetti sono sempre stati radicalmente avanti rispetto ai tempi in cui venivano concepiti, fuori tempo a volte di decenni, tanto da essere attuali e futuribili ancora ora. Forse l’elemento che più nutriva la sua ispirazione era il futuro, ciò a cui nessuno aveva ancora mai pensato.


Dall’alto: Un ritratto di Marcello Gandini. Ph. Daniele Madia da archivio Alfredo Stola. Un ritratto di Marzia Gandini. Veduta della mostra. Per entrambe Photo credits Bin Jia.
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