di Loredana Barillaro |
Il 25 marzo, come faccio ormai da 4 anni, mi sono recata a Venezia in occasione della preview, per i media, delle mostre di primavera di Palazzo Grassi e Punta della Dogana. Per me è certamente un evento imperdibile, una di quelle cose che attendo da un anno all’altro, un appuntamento da segnare sul calendario molti mesi prima, e quest’anno di mostre la prestigiosa Pinault Collection ne ha realizzate ben quattro.
Mi capita sovente di non scrivere delle mostre che visito, più che altro per pigrizia, spero sempre che sia qualcun altro a farlo al mio posto, ma questa volta no, questa volta tocca a me, non potrei fare altrimenti, non potrei rinunciarci. Ed è così che il tragitto in motoscafo che dalla Stazione Santa Lucia mi accompagna, assieme ai tanti colleghi, è la piacevole introduzione a quello che mi aspetta nell’esperienza di visita. Ogni cosa funziona in maniera impeccabile e la Pinault Collection si conferma un’istituzione ineguagliabile e certamente improbabile da imitare. C’è in quei luoghi una sensazione di pacato garbo, di un’eleganza innata e non ostentata, di un’educazione che francamente non si riscontra ovunque. Certamente un prezioso valore aggiunto a quanto di altrettanto prezioso si dipana nelle due sedi veneziane.
Si è dato avvio pertanto a quello che è il lungo periodo dell’arte contemporanea nella città lagunare, quello che porterà a breve alla Biennale Arte, in apertura il mese prossimo. Dopo la tappa di Punta della Dogana con le mostre “Third Person” di Lorna Simpson e “Algebra” di Paulo Nazareth curate rispettivamente da Emma Lavigne e Fernanda Brenner – ci si è recati a Palazzo Grassi dove, per la curatela di Jean-Maries Gallais, hanno preso avvio le personali di Amar Kanwar “Co-travellers” e “The promise of change” di Michael Armitage. Ed è esattamente su questa che mi voglio soffermare, è la pittura di Michael Armitage che ha attirato più di tutto la mia attenzione.
Al centro della riflessione dell’artista – nato nel 1984 – vi è l’Africa orientale, in particolare il Kenya, sua terra natale. Un’arte, la sua, sì documentaristica, quindi ben collocata nel tempo e nello spazio, ma al contempo ricca di elementi fantastici ed elusivi, descritti con uno stile che si connota al contempo per asprezza e pacatezza al fine di rileggere fonti e spunti che vanno a definire un “nuovo vocabolario contemporaneo”. Micheal Armitage già da bambino capisce che la pittura ad olio gli è congeniale ma avverte l’esigenza di andare oltre lo strumento della tela inteso nella sua connotazione occidentale, ed è così che egli realizza i suoi accesi dipinti su di un tessuto di corteccia lubugo, che dà forma a protuberanze e buchi nettamente visibili.
Il percorso di mostra è lineare, è capace di guidare il visitatore con pacatezza, superando quel senso di oppressione che troppo spesso accompagna l’arte contemporanea nel suo tentativo di enfatizzare concetti e visioni. Michael Armitage con molto garbo ci mostra una figurazione capace di indurre alla comprensione e alla decodificazione di quanto la alimenta e la compone.
Ed è così che egli dà vita ad un’arte che non prescinde dalle vicende della storia recente: guerre, migrazioni, abusi di potere, traendo ispirazione da una molteplicità di fattori anche molto diversi fra loro: manifestazioni politiche, cinema, rituali, oltre che dalla storia dell’arte globale. E i soggetti che tendiamo a riconoscere meglio sono proprio quelli inseriti nelle scene migratorie, nel racconto visivo di chi tenta la traversata per mare nel bisogno disperato di abbandonare fame, guerre, soprusi, per inseguire una “promessa di cambiamento” che troppo spesso però si trasforma in una certezza di morte.
La drammaticità del tema viene illustrata con una pittura a tratti fluida, osservando alcuni lavori mi vengono in mente Matisse e Munch, e a colpirmi è la stratificazione delle pennellate, del segno – quale contorno tangibile che le introduce e talora ad esse si sovrappone – un segno che realizza volti, forme, dettagli che man mano vengono fuori, emergono al nostro occhio. La stessa drammaticità in grado di emergere, come un cortocircuito, a contatto con cromie intense, tipiche della cultura africana, così vivaci, così discordanti, capaci di far affiorare bellezza seppur narrando dolore. La conferma al mio sentire mi giunge aprendo il catalogo della mostra, ad introdurne le pagine vi è una frase dello scrittore Salman Rushdie – tratta dal suo testo in catalogo – che così recita “la réponse à la laideur est la beauté. La réponse au pouvoir est la beauté. La réponse a la tragédie est la beauté” (la risposta alla bruttezza è la bellezza. la risposta al potere è la bellezza. la risposta alla tragedia è la bellezza).
Ed è esattamente questo che fa Michael Armitage, risponde con la bellezza ad ogni istanza, al potere, al dolore, alla tragedia, dimostrando che si possono testimoniare e raccontare le storture della storia, dei luoghi, i drammi vissuti dai popoli con un’armonia che permette di soffermarsi senza paura e che fornisce la forza per non guardare altrove.
Dall’alto: (from left to right) Michael Armitage, Nyayo, 2017, Private Collection; Strange Fruit, 2016, Private Collection. Installation view Marco Cappelletti Studio. Michael Armitage, Dandora (Xala, Musicians), 2022, Pinault Collection. Installation view Marco Cappelletti Studio. Portrait of Michael Armitage, 2022. Photo by Tom Jamieson ©Michael Armitage. Courtesy the artist and David Zwirner.
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