PEOPLE ART

CINQUE DOMANDE PRIMA DI TUTTO

Lorenzo Balbi

Devo essere sincero: nessuno prima di Loredana Barillaro mi aveva chiesto di esprimere, in un breve testo, il mio “approccio curatoriale”. Ovviamente è il centro della mia pratica professionale quotidiana, ma sono grato per questa domanda perché mi dà l’opportunità di fermarmi a riflettere su come sia possibile inquadrare i confini e le caratteristiche della mia ricerca come curatore. Per questo sono doppiamente grato a SMALL ZINE per questa opportunità che mi ha imposto una pausa e mi ha fornito l’occasione per una riflessione sul mio lavoro. Il primo elemento per provare a descrivere la mia metodologia come curatore deriva dall’esperienza come mediatore culturale d’arte; ruolo che ho ricoperto per diverso tempo alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, a stretto contatto con il pubblico delle mostre, indirizzato dalla visione e dalla formazione di Giorgina Bertolino. Il mediatore culturale, figura che si pone a metà tra l’opera e lo spettatore, è colui che con il dialogo e la condivisione comunica i contenuti di una mostra o di un’opera creando dibattito, scambio e partecipazione attorno ad essa. Da questa esperienza professionale, per me fondamentale (che suggerisco a tutti coloro che vogliano intraprendere una carriera come curatore), si è sviluppato il mio approccio: grande attenzione al pubblico a cui mi rivolgo, accessibilità dei contenuti, promozione di progetti (e di artisti) che coinvolgano e creino domande, scambio e dibattito. Potrà sembrare scontato o banale, ma, dopo aver ascoltato molti curatori parlare di come iniziano a lavorare a una proposta di mostra ho sviluppato una lista di 5 domande alle quali sottopongo ogni mia idea prima di capire se abbia una validità o sia realmente interessante o possibile: Qual è il messaggio? A chi si rivolge? Perché oggi? Perché qui? Come lo si può mettere in pratica? Immediatamente ritorna il discorso del pubblico: qual è il messaggio che voglio trasmettere con questo mio progetto? A chi si rivolge? Questo è il primo pensiero. Ma subito dopo viene il contesto: perché questo progetto è interessante nello specifico momento o luogo in cui sono chiamato a lavorare? Ammetto che la maggior parte delle idee non supera le prime quattro domande. Solo i progetti più convincenti arrivano all’ultima, decisiva: come lo si può mettere in pratica? Un elemento portante nel cercare di descrivere il mio approccio alla curatela e, in particolare, al mio modo di lavorare con gli artisti, è quello che riguarda la produzione di nuove opere. Sicuramente in questo senso la mia pratica è fortemente influenzata dai progetti di Francesco Bonami a cui ho avuto la fortuna di lavorare.

Chiedere a un artista di pensare a un’opera nuova per il proprio progetto di mostra attiva un confronto tra curatore e artisti che si articola su diversi piani a volte non solo professionali ma anche emotivi. Da un lato il senso di fiducia e stima che spinge un curatore a individuare un artista come fondamentale per un determinato discorso e dall’altro il senso di sfida per un artista a mettersi alla prova in un nuovo contesto, che oltre a essere un momento di visibilità è soprattutto un acceleratore per l’evoluzione della sua pratica. L’ingaggio di un artista sale in questo modo a un livello ulteriore: “non solo io come curatore ho stima del tuo lavoro e ho individuato una tua specifica opera “in linea” con il progetto che sto mettendo in piedi ma sono talmente convinto che la tua voce possa essere “costitutiva” e portare nuovi contenuti al mio progetto che ti chiedo di metterti alla prova e di concepire un nuovo lavoro in questo contesto”. La differenza è enorme e, inutile dirlo, il rischio per entrambi è altissimo, ma sono convinto che in questo stia il vero senso della pratica curatoriale e del lavorare con artisti contemporanei. Questo approccio è stato portato all’estremo con la mostra “That’s IT! Sull’ultima generazione di artisti in Italia e a un metro e ottanta dal confine”, che inaugura la mia direzione artistica al MAMbo di Bologna. Il progetto espositivo, che mette insieme i lavori di 56 tra artisti e collettivi italiani nati dopo il 1980, vuole fornire una rappresentazione di un’intera generazione. In questo particolare contesto, e seguendo la propensione al richiedere opere nuove agli artisti, li ho invitati a riflettere insieme a me su quali opere potessero essere più rappresentative. Da questi dialoghi è nata la mostra, effettivamente co-curata con ognuno di loro, in cui ogni singola opera, esistente o (in moltissimi casi) creata appositamente, è stata scelta insieme. Alcuni anni fa ho avuto l’occasione di chiedere ad Andrea Lissoni quale fosse la sfida più difficile per un curatore: lui ha affermato che un curatore non si può definire tale finché non lavora con una collezione. Ho riflettuto molto su queste parole e sul loro significato per delineare la professione del curatore non solo come autore o promotore di progetti, ma anche come figura in grado di mettere, aggregare, disgregare e ricomporre contenuti esistenti per valorizzarli e darne nuove possibili interpretazioni. Una metodologia a cui mi rivolgo con particolare attenzione. Ma c’è un aspetto che non posso trascurare e a cui tutto si riconduce: quella del curatore è una professione e come tale ha i suoi metodi e i suoi strumenti anche se non sono insegnati e sono difficilissimi da apprendere. In questo senso sono riconoscente agli insegnamenti di Irene Calderoni e a tutto ciò che ho imparato lavorando come suo assistente. È lei che mi ha insegnato come sia fondamentale procedere in ogni progetto con ordine e perizia, mettendo in piedi budget, timing, check-list dettagliate e tutti gli strumenti necessari per portare avanti in modo professionale e ordinato un progetto di mostra. A prescindere da tutti i temi, le influenze e gli interessi, credo che non ci sia un modo corretto per stabilire un “approccio curatoriale” ideale. Crearsi un metodo, una visione e calarla in una dimensione pragmatica, concreta e con al centro il proprio pubblico aiuta molto anche a rendere teorie e messaggi complessi accessibili al pubblico. Avere degli strumenti utili e collaudati rende più efficace quel lavoro di decodifica e traduzione che è il fondamento del mestiere di curatore.

Lorenzo Balbi è Direttore Artistico MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna.

Responsabile Area Arte Moderna e Contemporanea Istituzione Bologna Musei.

Da sinistra: Lorenzo Balbi in una foto di © Caterina Marcelli. Lia Cecchin, DADA POEM (to a fearless female), 2018. Composizione scritta di Vincenzo Estremo, capi d’abbigliamento prodotti da aziende di moda low cost, audio. Veduta dell’allestimento presso MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna. Courtesy dell’artista. Photo © E&B Photo. Dalla mostra That’s IT! Sull’ultima generazione di artisti in Italia e a un metro e ottanta dal confine, a cura di Lorenzo Balbi.

© 2018 BOX ART & CO.

NEWS

Archivio

SMALL ZINE da sempre si  connota per una linea editoriale sobria, rigorosa e per una costante attenzione alla qualità dei contenuti. Semplice, chiaro, immediato e di efficace fruizione. Un progetto che pone attenzione alla scena artistica contemporanea del panorama nazionale e internazionale, per andare alla ricerca di artisti interessanti, ma spesso privi di una concreta visibilità, e fornire loro opportunità di crescita professionale.

SMALL ZINE – Magazine online di arte contemporanea © 2024 – Tutti i diritti riservati.