RIFUGIO | Claudia Mastrangelo e Ioana Calin

con un video di Jezabel Traube

testo critico di Loredana Barillaro

vernissage: venerdì 8 maggio 2026

The Open Studio, Firenze

Claudia Mastrangelo e Ioana Calin nell’ideare la loro mostra hanno inteso riflettere sul tema del rifugio considerato nelle sue svariate sfaccettature, nei suoi percorsi e nei suoi approdi. Quando pensiamo al rifugio siamo portati a definirlo come un elemento concreto, materialmente tangibile, che ci accoglie e che ci protegge da quanto è altro da noi, da ciò che ci spaventa, per donarci pace.

Ma davvero il rifugio ha una connotazione strettamente e unicamente materiale? Non è forse un concetto astratto se lo pensiamo come uno stato di benessere, soggettivo e relativo? Ci accorgiamo di averlo trovato e di voler viverci dentro quando siamo felici, quando avvertiamo il nostro corpo leggero e in armonia. È da questo che tutto prende le mosse, dal domandarsi che cosa sia il rifugio, cosa rappresenti e in che forma esso si realizzi, le artiste lo chiedono a se stesse e lo chiedono a noi.

L’etimologia fa derivare la parola dal latino refugere ossia “fuggire indietro”, un po’ come il riavvolgere un nastro, un avanzare e un arretrare laddove esso è qualcosa a cui tendere o da cui scappare, da cui affrancarsi o, semplicemente, da cercare altrove.

Il processo creativo delle due artiste è molto diverso, forse opposto, Claudia pone particolare attenzione alla materia, Ioana al concetto, entrambe però sono in grado di far convergere le reciproche ricerche in un lavoro che corre parallelo. All’interno della mostra le due artiste proseguono nella medesima direzione, e pur tracciando percorsi autonomi la messa in opera di materiali differenti denota, adesso, la stessa urgenza.  Il rifugio, per Ioana Calin, si fa ricordo, memoria, ella crea attraverso la luce che prende consistenza; per Claudia Mastrangelo richiama un fare generoso che si lega al dono, a ciò che risulta dall’atto del creare.

 

Quello di Claudia è un agire corposo, pronto ad accogliere e ad avvolgere come un abbraccio. È un lavoro dai connotati arcaici, le sue sculture in terracotta, ceramica o, ancora, in cartapesta, incarnano figure femminili; donne forti, materne, robuste, abbigliate in maniera preziosa sono lì a compiere la loro azione apotropaica, a farsi rifugio nella solidità delle loro fattezze. È la materia che parla e l’artista coglie la meraviglia di ciò che affiora nel momento in cui il processo di creazione è terminato, mediante la spontaneità del gesto da cui ella si lascia guidare.

Per Ioana Calin il ricordo è un’esperienza – esperienza talora dal sentore autobiografico, legata ai luoghi vissuti – che ella affida in parte all’osservatore, e la maniera con cui esso prende forma è un meccanismo che introduce l’imprevisto, inteso come altrui libero arbitrio secondo un ordine e una sequenza non considerati o predeterminati. Ioana procede eliminando ciò che al principio era steso sulla tela, strati di materia che adesso lasciano intravedere quanto prima era celato; ella procede per sottrazione, dipinge togliendo, e la materia si fa contorno. Per Ioana rifugio significa togliere il superfluo, quella patina che annebbia il vero ricordo, un ricordo che risana, che guarisce o che scopre ferite solo all’apparenza cicatrizzate.

E allora, che cos’è il rifugio se non un concetto ambivalente, una maschera con due facce con cui siamo chiamati irrimediabilmente a fare i conti, un sentire a cui cerchiamo di dare forma, di rendere riconoscibile e il più possibile rassicurante, solo così ci è dato spingerci oltre, per guardare con forza l’ignoto e gestire la paura.

© Loredana Barillaro 

 

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