ROTHKO A FIRENZE. PERCHE’ ABBIAMO ANCORA VOGLIA DI INFINITO

di Sandra Tornetta |

All’inizio è la meraviglia a vincere. Si rimane storditi e stupefatti dal senso di smisurata bellezza che le opere di Rothko stimolano anche nel fruitore meno esperto. Poi, lentamente, è l’opera che chiama e che inevitabilmente avviluppa lo sguardo, la mente, le emozioni e si finisce per restare incagliati con tutto il corpo dentro gli spazi infiniti suggeriti dalle enormi campiture cromatiche delle tele. Giallo, rosso, violetto, blu… è tutto un florilegio di sensazioni che in alternanza armonica vanno dalla luce al buio, dalla morte alla resurrezione. L’esposizione, inaugurata il 14 marzo nelle magnifiche sale di Palazzo Strozzi, è un’occasione unica per calarsi totalmente nella visione di questo straordinario artista che ha modificato il linguaggio pittorico del Novecento. Un percorso che, partendo dalle opere degli esordi degli anni Trenta, ancora legate ad una certa figurazione di matrice surrealista, si dipana con delicatezza e fremito attraverso le grandi tele astratte degli anni Cinquanta, opere che risentono delle letture di Kierkegaard e Freud e che sembrano alimentare un’esplorazione più profonda delle dimensioni psicologiche del colore e dello spazio. Fino ad arrivare alle opere del silenzio, preziose carte di formato ridotto, caratterizzate da lievi ed impalpabili velature dominate da azzurri tenui e terre rosate, intrise di una dimensione primitiva della pittura che ridefinisce il piano dell’immagine nei termini dell’essenzialità.

L’allestimento gioca con la suggestione spirituale, proponendo delle luci soffuse che forse vogliono suggerire un approccio quasi religioso al percorso della visita. “Mio padre desiderava che chi osservava i suoi dipinti provasse la stessa esperienza religiosa che lui aveva provato mentre li realizzava” afferma Christopher Rothko, figlio dell’artista e curatore della mostra. Ma forse non era necessario insistere su un aspetto già ampiamente insito nelle opere stesse; la sacralità di queste tele ed il senso quasi mistico che esse profondono, non necessitano di ulteriori orpelli museografici. Interessante invece l’idea di proporre un percorso diffuso nella città, che mira a ricostruire in parte il viaggio che Rothko compì a Firenze nel 1950. Le sale dell’ex convento di San Marco ospitano infatti una parte della mostra, nella quale vengono messi a diretto confronto gli affreschi di Beato Angelico con alcune opere di Rothko, rivelando come l’afflato coloristico a cui il maestro ci ha abituato è un tornare indietro alla pittura rinascimentale come segno distintivo dell’esperienza umana, dove il colore diventa spazio da indagare e da vivere. Scrive Elena Geuna, curatrice della mostra insieme al figlio dell’artista “L’incontro con Firenze rivela a Rothko una tradizione in cui pittura ed architettura convergono in una dimensione contemplativa”. Ecco perché di fronte alle opere di Rothko la sensazione immanente è quella di essere trascinati dentro alla tela, un’operazione di coinvolgimento quasi tattile, che ci fa intendere come la categoria spazio sia la principale cifra stilistica dell’artista. Lo stesso procedimento che avviene all’interno del vestibolo della Biblioteca Laurenziana di Michelangelo, di cui lo stesso Rothko ebbe a scrivere: “Questi è riuscito ad ottenere proprio quella sensazione particolare che ricercavo: ha fatto sì che i visitatori abbiano l’impressione di essere imprigionati dentro una stanza in cui le porte e le finestre sono murate, cosicché non resta loro che sbattere la testa contro il muro per l’eternità.”¹ Si comprende, dunque, come le sovrapposizioni dei colori che tanto ci fanno sognare, derivino in realtà dal tentativo di riproporre sul piano bidimensionale le stratificazioni della materia, in una costante revisione delle proporzioni in cui il peso cromatico si fonde con la tensione architettonica. Durante il viaggio in Italia Rothko ebbe modo di visitare non solo Firenze ma anche Roma e Pompei.

La mostra ci permette di intravedere le sovrapposizioni dei linguaggi ispirati dalle antiche vestigia delle civiltà defunte, accomunando la potenza dei suoi rossi e dei porpora alle matrici di pompeiana memoria. Una pittura che celebra l’atavica voglia di infinito insita nell’essere umano ma che ci riporta inevitabilmente allo spazio, alla materia, ad una misura che l’uomo deve ricercare per tentare di comprendere l’incomprensibile. Forse è per questi motivi che l’arte di Rothko è un’arte metafisica, proprio perché sceglie di vivere le domande in maniera totalizzante, domande che sanno di spazio, di tempo e di infiniti interiori. Fu lo stesso artista a dichiarare di cercare nell’arte esperienze trascendentali, miracoli e rivelazioni². Non ci resta che vivere un viaggio nella percezione che non consente l’accesso a risposte immediate o semplificate ma dona il coraggio di restare aperti, in equilibrio costante fra tormento ed estasi. La mostra resterà aperta fino al 23 agosto 2026. Buon viaggio.

¹J. Fisher, Marc Rothko, Ritratto dell’artista come uomo arrabbiato, in M. Rothko, Vivere l’arte. Scritti ( 1934-1969), Roma 2021, p.194-203.

²M. Rothko, The Romantic Were Prompted, “Possibilities I”, (1947-48) citato in Seitz, Abstract Expressionist Painting, p.282.

 

Per tutte: Rothko a Firenze, exhibition views, Palazzo Strozzi, Museo di San Marco, Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze, 2026. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio

 

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