TRADIZIONE E PROVOCAZIONE | Intervista a Calì

di Carla Sollazzo

Carla Sollazzo/ Raccontami, come hai scelto il nome d’arte “Calì”?

Calì/ Lo stupore per la bellezza e l’ordine della natura, e di conseguenza il suo rimando ad un Creatore, sono sempre stati fonte di innumerevoli quesiti sull’origine delle cose. Con il tempo, ho capito che tutto è correlato, da profondi legami così come da reciproche provocazioni, e sono giunta alla mia intima conclusione che un “buon Dio” si nasconde sempre dietro la “verità” dell’arte. Ho letto molti manoscritti sacri e di tutte le figure mi incuriosisce quella di Kalì, dea induista della distruzione e della rinascita; proprio come un’opera d’arte, che si distrugge nel momento in cui si crea, rinasce sotto vesti immortali per l’umanità ma muore per il suo creatore. Il mio nome d’arte, tramutato in Calì, nasce da questa figura mitica, che riesce a far convivere la bellezza della vita e la realtà della morte, con la consapevolezza che l’una non può esistere senza l’altra e viceversa.

CS/ Estetica, colori e tradizione pittorica: qual è il processo che ti ha portata a fondere questi tre elementi?

C/ L’allontanamento dal figurativo arriva nella mia ricerca in modo naturale ma graduale. La figura cominciava ad opprimermi e non mi consentiva di esprimere pienamente la mia attività interiore, frutto di elaborati processi. Rivelatore fu l’approccio ad un testo di Dubuffet, pubblicato nel 1946, Prospectus aut amateurs de tout genre, che mi catapultò in una nuova coscienza del reale, mossa dalle Avanguardie. Con questa idea di riscatto nasce la mia propensione all’Informale e all’Astratto, quel richiamo repentino che mi porta all’origine dell’atto creativo, spesso impuro ed informe, contraddittorio e problematico. Ero e sono ossessionata dalla consapevolezza che la stessa realtà possa essere rappresentata da incompiutezza, allontanamento dai formalismi e fragilità, elementi essenziali del nostro tempo; un tempo in cui le mie opere nascondono quello che non vediamo più, per rappresentare spazi senza un suono e senza una storia. Mi piace pensare che su una superficie piana ci si avvicini grazie alla potenza del colore; una visione di verità per contrastare questa innaturale infatuazione per “l’abbandono”. Raccontare diventa un atto di coraggio, questa è la mia idea di contemporaneità. 

CS/ In occasione della tua ultima personale, lo scorso agosto, hai reso omaggio a Christo, “impacchettando” parte del contesto espositivo; qual era il messaggio?

C/ Credo fortemente che dai grandi Maestri si attinga sempre e che, con attenta ciclicità, ripetuta in forma consapevole, si possa tramandare il testimone, ovvero raccontare il proprio tempo. L’omaggio a Christo – e a Jeanne-Claude – nasce dalla necessità di far capire che l’arte contemporanea è ovunque; “impacchettare” parte del contesto espositivo è un puro omaggio a quelli che considero i pionieri di immense opere. L’intento era quello di “censurare” l’elemento visivo del quotidiano, per far capire al fruitore che nulla è scontato, soprattutto la bellezza, e in quello specifico contesto, la bellezza degli alberi di ulivo in pieno centro cittadino.

CS/ Progetti e visioni future?

C/ Per il 2023 ho diversi progetti in cantiere che mi vedranno in Italia e oltre; metterò in atto una visione più che personale sul futuro dell’arte in generale, che mai come in questo secolo si pone interrogativi, speranze e paure.

Dall’alto: METRONOMO. Tecnica mista su tela, 80×100 cm. SOCIETÀ BABELE. Cemento e tecnica del graffito polistrato di Montemurro, 150×200 cm. Per entrambe courtesy dell’artista.

Alla pagina 17 del n. gennaio-marzo 2023 di SMAL ZINE.

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