ULTRAROMANTICISMO | Il post umano, tra inquietudini e abbandono

di Tatiana Basso

Dal 17 ottobre con cadenza settimanale sei comuni modenesi stanno inaugurando, in successione, altrettanti “atti” di Ultraromanticismo. Il postumano tra inquietudini e abbandono, mostra collettiva a cura di Ricognizioni sull’arte e l’apporto critico di cinque teorici. La compagine di oltre cinquanta artisti coinvolti nell’iniziativa estrinseca la relazione tra il proprio sentire e i tratti di una temperie che affonda le proprie radici nell’Europa del Sette e Ottocento per svelarne l’atemporalità e la moderna, poliforme fisionomia, e mutuare dalla personale concezione dei temi propri del pensiero romantico una rinnovata cartografia semantica, quand’anche l’attuale orizzonte epistemologico. Di luogo in luogo incontreremo — si menziona necessariamente un esiguo numero di autori — la natura immaginata dal software di Ben Snell oltre le gelosie dell’Oratorio della Provvidenza e i vessilli impressi con falene testa di morto e corolle macroscopiche di Jessica Ferro al CRAC di Castelnuovo Rangone. Al Palazzo Ducale di Pavullo le saturazioni d’inchiostro su carta nella gamma del blu notte realizzate da Silvia Inselvini, una sismografia dello spirito ottenuta dalle vibrazioni minime della penna a sfera, le ieratiche chiome vegetali che incombono sulla spettatore dalle profondità umbratili del carboncino di Giulia dall’Olio e il ritratto fotografico della Madonna di Romina Ressia, impreziosito dall’aureola in foglia d’oro alla Gentile da Fabriano e dall’incarnato alabastrino e un’algidità che rimandano alla virgo lactans di Fouquet. O ancora, a Castelfranco Emilia nella Chiesa di San Giacomo la pittura catartica di Hermann Nitsch rievoca la violenza della crocifissione, mentre sull’altare riposa Santiago (o los pies cansados) installazione site-specific di Alena Tonelli, neo reliquia dell’apostolo in corteccia e sottile nastro bianco. Nell’ex biblioteca del borgo medievale di Savignano sul Panaro la maschera di lacerti di collagene di MHOX, stampa tridimensionale generata algoritmicamente, pare oggettivarsi dai viluppi dell’animo per ottundere il volto su cui similmente a un’alga dimora. Tra le ex Chiesa di Santa Maria degli Angeli e Chiesa della Beata Vergine del Carmine di Spilamberto, un’immagine del silenzio del periodo iniziale di Luigi Ghirri e la pragmatica decostruzionista di Iside Calcagnile: il logos e la natura poste dall’artista in relazione isomorfica, l’uno e l’altra frammentati in unità segniche minime, ora i rami recisi, ora le parole. Nella rocca di Vignola, dove il 20 novembre sarà presentato il vasto catalogo dell’esposizione, contempleremo la topografia dell’oniricità metamorfosante di Simone Pellegrini, eseguita dal maestro matrice dopo matrice sulla carta da spolvero e il ritratto a china e pennarello dell’albero nodoso, neuronale di Andrea Chiesi, simbolo di una natura risorta sulle vestigia dell’antropizzazione.

Quali crismi, dunque, definiscono la palingenesi dell’ultra-romanticismo? Secondo i critici, quattro sono le cuspidi attorno alle quali si avvolge questo sentire: il Corpo, analizzato semioticamente nella sua frammentazione, aberrazione e diversità, la Natura, tra senso del sublime, estetica delle rovine e nuove vanitas, l’Uomo, l’artista come eroe romantico, nella sua tensione ubiqua verso un tempo insieme remoto e utopico, l’Inconscio, demiurgo del sogno, veicolato dal segno automatico ed espresso attraverso nuove pratiche rituali. Rileva Giorgia Bergantin, curatrice di quest’ultimo filone, come «la necessità di aprirsi alle profondità dell’inconscio, alla ricerca di risposte e soluzioni, sia da sempre caratteristica essenziale degli artisti, come di ogni essere umano». L’opera quale messa in forma, cristallizzazione dell’atto artistico, invera quel terreno di partecipazione simpatetica per cui «l’osservatore è trasportato in un luogo solo all’apparenza inedito, che si rivela essere lo strato profondo dell’animo, l’essenza». Curatrice del progetto speciale di Castelnuovo Rangone, Elena Brizi si chiede dove, nell’epoca delle intelligenze artificiali, «vada a morire lo spirito romantico»: che non muore, ma rivive in una risemantizzazione umanistica della tecnologia. Nella serie Ritual nature dell’artista digitale Ben Snell, essa produce, «sogna» mondi propri (ri)creando le foresta della Virginia attraverso la LIDAR — Light Detection and Ranging — capace rilevare, attraverso la misurazione del tempo di volo dei fotoni, l’altimetria del paesaggio e ricavarne un’immagine multidimensionale tra un rayogramme e un’incisione di Doré.

Maria Chiara Wang riconosce nelle concettualizzazioni odierne della natura il perdurare del senso di meraviglia e contemplazione di fronte agli elementi, la ricerca del sé nella comunione con essi, il ritorno all’euritmia naturale come unica salvezza dell’uomo condannato all’esilio dal paradiso terrestre, la concezione del paesaggio silvano come teofania, luogo della solitudine e dell’intuizione. Nell’analisi di Enrico Turchi l’artista contemporaneo incarna l’archetipo letterario dell’eroe romantico, così le opere testimoniano di una «speciale affinità con le dinamiche del dubbio, del sacrificio, del cambio di prospettiva, che comporta un approccio alle cose del mondo» da tali altezze — e abissi — per i quali «il prode, nel realizzare l’impresa, deve lasciarsi alle spalle una parte di sé» e, come Icaro, librarsi in un viaggio «dove la vetta non è mai l’approdo, ma il punto più alto del volo». Prendendo infine le mosse dalla frattura apportata dalla teoria analitica freudiana per cui l’Io non è padrone in casa propria ma posseduto dalle immagini, Mattia Cattaneo si interroga sul desiderio e sull’incorporazione dell’immagine — intesa come phantasma, dal greco ϕαντάζω «mostrare», ϕαντάζομαι «apparire» — nel tentativo di provare come essa sia ciò che essa tace, espressione di un’indigenza significante che ci attira attraverso la propria sindone — l’opera d’arte in sé — verso un altrove invisibile e indicibile.

Nei percorsi espositivi un’attenzione particolare è rivolta al “libro d’artista”, di cui sono presenti esemplari a firma di Michelangelo Galliani, Marika Ricchi, Simone Pellegrini, Andrea Chiesi, Elisa Florian, Valentina Biasetti, Silvia Inselvini e Jessica Ferro. L’esposizione promuove un incontro tangibile tra il contemporaneo e il Romanticismo attraverso l’accostamento dell’intero corpus di lavori con alcune opere sette ottocentesche di Felice Giani, Luigi Manzini, Giuseppe Obici e Giovan Battista Piranesi.

A cura di Ricognizioni sull’Arte

Contributo critico di Giorgia Bergantin, Eleonora Brizi, Mattia Cattaneo, Enrico Turchi e Maria Chiara Wang 

Fino al 16 gennaio 2022

 

Dall’alto: Silvia Inselvini, Notturni, 2021, penna a sfera su carta, pannello in ferro e calamite, 178×420 cm, foto © Alessandra Giotto. Andrea Chiesi, Quis non quid, 2020, pennarelli e inchiostro su carta cm 100×140, collezione privata. Ben Snell, Ritual Nature #002 Tennessee Backwoods, 2021, Serie Ritual Nature, Video 10 min 4K.

© 2021 BOX ART & CO.

 

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