INTERVIEWS

NEL LUOGO DELLʼENUNCIAZIONE

Elena Bellantoni                                                                

– Gregorio Raspa

Gregorio Raspa/ Elena, col tempo la tua pratica artistica sembra aver eletto il video come mezzo primario – seppur non esclusivo – di produzione; un mezzo da te utilizzato sia come codice espressivo autonomo, sia come strumento di documentazione del tuo lavoro. Quali elementi hanno suggerito una simile scelta tecnica e/o formale?

Elena Bellantoni/ Il video è uno strumento che amo perché coglie il concetto di spazio, tempo ed inquadratura presente all’interno del mio lavoro. La camera che riprende è come un occhio che svela la mia visione del mondo e delle cose, un dispositivo mai passivo. Il mio punto di vista è pienamente definito anche quando documento le performance. In tal senso, pure il montaggio che segue, seppur minimo, costruisce una narrazione visiva in cui è integralmente preservata l’immagine che intendo restituire.

GR/ Spesso intervieni in prima persona nella dinamica narrativa delle tue video installazioni. Penso a lavori come Maremoto o i Giocatori. In queste opere sembra emergere una componente performativa più accentuata. Cosa differenzia realmente questi esemplari da quelli in cui, invece, rimani dietro la macchina da presa?

EB/ Io lavoro sempre sulla tensione che nasce dal mio “espormi”, succede la stessa cosa anche quando “dirigo”. Lʼenunciazione del pensiero e dell’immagine sono marcatamente mie; che sia la mia figura o la pelle dell’immagine per me non c’è molta differenza. La macchina da presa è un prolungamento del mio corpo.

GR/ In maniera più generale, l’approccio performativo rappresenta, sin dagli esordi, uno dei punti fermi della tua ricerca. La sua influenza emerge anche in circostanze in cui, pur utilizzando elementi linguistici e concettuali di astrazione diversa, mantieni vivo il valore dinamico dell’azione. Mi viene in mente quanto successo nel 2015 con l’installazione Parole Passeggere

EB/ Parole Passeggere è un lavoro che ho sviluppato nellʼambito di un intervento con il MAXXI. Ho deciso di installare nel porticato della Stazione Ostiense di Roma, per un’intera giornata, nove macchine per scrivere Olivetti. Le persone erano invitate a sedersi e a lasciare una frase o un pensiero. Le parole hanno un corpo ed una forma, un ritmo ed un tempo, proprio come i passi; le parole passeggiano la pagina, attraversano il foglio. La scrittura incide su un pezzo di carta un percorso, quello del pensiero.

GR/ Mi ha molto incuriosito l’ambizioso progetto Hala Yella addio/adios. Me ne parli?

EB/ Il progetto nasce da unʼesperienza intensa che ho vissuto a Capo Horn (nella Patagonia Cilena) per un periodo di tre mesi a cavallo tra il 2012 e il 2013. In questo periodo mi sono spinta in uno dei punti più estremi dell’America Meridionale alla ricerca dellʼabuela Cristina Calderon, dichiarata patrimonio umanitario dall’UNESCO nel 2006. Lei è l’ultima di una stirpe antichissima – gli Yeghan – nativa della Terra del Fuoco. Con lei, purtroppo, scompariranno anche la sua lingua e le ultime testimonianze di una cultura millenaria.

GR/ Il progetto in parola contiene una chiara impronta etno-antropologica costruita grazie ad un lungo ed attento periodo di ricerca e documentazione. Più in generale, nellʼambito del tuo modus operandi, come affronti la fase di studio/preparazione di una nuova opera?

EB/ L’artista è come un investigatore, mette insieme tracce per costruire nuovi percorsi, aprire scenari inattesi. Io non sono né un’antropologa né una geografa, utilizzo talvolta gli strumenti di altre discipline per arricchire il mio lavoro che resta comunque di natura poetica. Facendo ricerca ho “trovato” Cristina Calderon. Il richiamo a partire e mettermi sulle sue tracce è stato molto forte, ma non sapevo se l’avrei trovata. Avevo messo in conto anche il fallimento…

GR/ Quello delle “relazioni umane” è senzʼaltro uno degli ambiti centrali della tua ricerca. Nel tuo lavoro affronti il tema ponendo particolare attenzione all’insieme degli strumenti (codici, tecniche, espressioni, etc.) generalmente impiegati nella gestione dei rapporti. In tal senso, la relazione in sé sembra solo un pretesto per indagare su aspetti più profondi legati alla comunicazione e, in ultima analisi, al linguaggio. È realmente così, o mi sbaglio?

EB/ L’alterità è il nodo centrale della mia ricerca, che negli anni è cambiato e si è evoluto, passando da un discorso sull’identità ad un’apertura verso l’altro da me. “Je est un autre” – “io è un altro” – scriveva Rimbaud. L’incontro con questo altro è avvenuto nel luogo dell’enunciazione, attraverso la parola scritta e la parola data/ricevuta la relazione ha preso forma.

GR/ Come in una sorta di gioco basato sulla reciprocità e il ribaltamento delle prospettive, nel tuo lavoro il dato storico, di carattere generale, incrocia spesso quello autobiografico, di natura più intima. Come avviene lʼincontro fra queste due dimensioni?

EB/ “Il personale è politico” urlava un vecchio slogan degli anni della contestazione. Credo che questo sia ancora vero. Il mio lavoro emerge da un’urgenza intima e reale, ma non è necessario che siano dichiarate le motivazioni che lo muovono. In Lucciole, un lavoro del 2015 ispirato alle Lucciole di Pasolini, ho prodotto quattro dischi 33 giri in vinile in cui – con quaranta interviste – ho raccontato la storia emotiva del Belpaese tra il 1975 (anno in cui sono nata ed è morto Pasolini) e il 2015. Il mio è semplicemente un atto di coerenza e di onestà intellettuale, racconto quello che conosco. Come uno strumento incido, riscrivo, registro narrazioni, perché la storia ci attraversa…

Dall’alto: PAROLE PASSEGGERE, 2015. Performance – Installazione, Stazione Ostiense, Roma. Opera realizzata in collaborazione con il MAXXI. HALA YELLA ADDIO/ADIOS, 2013. Still da video (Elena Bellantoni e Cristina Calderon). Per entrambe courtesy dell’artista.

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