ARTE E MATERNITÀ | Intervista a Santa Nastro

di Loredana Barillaro | 

Santa, quanto è stata determinante l’esperienza della maternità affinché tu decidessi di scrivere “Mamme nell’arte”?

Santa Nastro/ È stata determinante nella misura in cui durante il periodo del puerperio ho cominciato a riflettere su come la maternità in passato, con tutti i limiti che presentava, assumesse tuttavia la forma di una esperienza collettiva e condivisa e come invece oggi si configuri sempre più come una dimensione individuale, che afferisce unicamente ai due genitori (quando tutto va bene). Mi sono dunque chiesta se potesse essere, all’interno del settore dell’arte, possibile ragionare su una idea di rete genitoriale e come stessero o avessero affrontato questo momento colleghe ad ampio raggio (artiste, curatrici, direttrici di museo, galleriste, giornaliste, uffici stampa etc…). Allo stesso tempo, però, devo anche dire che il tema della maternità era già in nuce nel mio precedente saggio-inchiesta Come vivono gli artisti?, uscito nel 2022 per Castelvecchi, quando ancora non ero mamma, confermando il mio interesse specifico per la dimensione umana nell’arte, per la vita delle persone nella sua complessità.

Fra gli interventi presenti nel libro quali, secondo te, sono particolarmente indicativi del rapporto arte/maternità e delle sue implicazioni?

SN/ Tutte le colleghe che sono intervenute hanno lasciato un segno importante sull’argomento, a partire da Mariacristina Ferraioli che ha sottolineato il tema del linguaggio, a Luigia Lonardelli che ha messo in guardia dall’ansia sacrificale che spesso attraversa la narrazione sulla maternità, continuando con Silvia Gibellini che ha affrontato il tema con il peso della leggerezza, o Francesca Grilli e Gaia Scaramella che hanno raccontato cosa significa essere artisti e madri, la prima confrontando la sua esperienza tra Italia e Belgio; le Grossi Maglioni che hanno concettualizzato il volto della madre bestia; aspetti fondamentali della relazione tra professione nell’arte e genitorialità sono stati affrontati da Ilaria Bonacossa, e Benedetta Spalletti ha trattato il tema dal punto di vista di una gallerista. Ma sono solo alcuni degli esempi di un panorama vasto che comprende anche designer, illustratrici e fumettiste e ancora maternità condivise, o vissute da donne single o da famiglie omogenitoriali. Sono grata a tutte le colleghe delle loro straordinarie testimonianze e per aver partecipato a questo progetto. Senza dimenticare l’importantissima prefazione di Caroline Corbetta che mette in luce degli aspetti fondamentali legati al tema della scelta e del libero arbitrio in un sistema che spesso è spietato. O la generosità di Eva Frapiccini nel donare l’immagine di copertina che esprime perfettamente il senso di questa storia.

Dalle interviste emerge che se da un lato la stabilità lavorativa è stata la garanzia di conservazione del lavoro stesso dall’altro alcune delle operatrici lamentano di essere state ridimensionate nel loro ruolo o allontanate da progetti che seguivano prima della maternità. Non è in fondo anche questo atteggiamento una forma di mobbing?

SN/ Ovviamente lo è. Ma la cosa più agghiacciante è che molto spesso è un atteggiamento totalmente inconsapevole. Qualche giorno fa una amica che lavora nel settore, neomamma, mi ha raccontato che a fronte di una sua esigenza di scatto di carriera che avrebbe però richiesto dei trasferimenti momentanei, una collega donna avrebbe sottolineato in altre sedi la sua recente maternità tagliandole immediatamente le gambe e di fatto “scegliendo per lei”. Non è stato volontario, né a proposito, in questo caso, solo una pura leggerezza. Ma una leggerezza che traduce quanto il pregiudizio sia radicato, a volte addirittura nelle donne stesse e quanto la mentalità debba ancora cambiare.

In parte hai già risposto alla mia prossima domanda ma, in maniera più approfondita, ti chiedo quando si parla di maternità, che tipo di rapporto esiste fra donne? Quante sono davvero capaci di essere solidali con le altre? Alla luce di quello che hai detto non è azzardato allora pensare che siano proprio le donne sovente ad ostacolare le altre donne…

SN/ Si, in parte ti ho risposto con l’episodio precedente. Devo però anche dire che ho trovato nel mio percorso professionale tanta stima e solidarietà sia da madri ma anche da uomini, o da donne che non hanno figli. La vita è un viaggio meraviglioso ed è splendido percorrerlo insieme alle persone che hanno valori simili ai tuoi. La cosa che mi ha più commosso di Mamme nell’arte è stato quanto ci fosse bisogno di parlare di questi temi, ho ricevuto feedback inaspettati, anche da persone non del settore. Questo libro è la dimostrazione che una rete femminile è auspicabile e possibile. Poi, in effetti gli sgambetti più spiacevoli e le forme di potere più aggressive e patriarcali le ho subite da un paio di donne che però mutuavano i loro atteggiamenti da quello che il mondo maschile ha decretato come tradizione nella gestione del potere. Così come i commenti più spiacevoli quando non ero madre li ho subiti da donne. Ma è anche vero che sono casi isolati e per quanto deludenti per fortuna non definiscono il genere e la sua capacità di “mettere insieme”.

A dispetto di una convinzione che lo vorrebbe aperto, accessibile e quindi inclusivo quanto poco è “family friendly” il mondo dell’arte?

SN/ Purtroppo, come mi spiegava una esperta in “accessibilità” il fatto che continuiamo a parlare di inclusione sociale e accessibilità implica quanto poco siano accessibili e inclusivi i luoghi, la società, i settori cui apparteniamo. Per capire quanto è accessibile e inclusivo il mondo dell’arte basta guardarsi intorno: quanti bambini ci sono alle inaugurazioni? Quanti musei hanno percorsi di visita dedicati all’infanzia (non parlo dei laboratori di didattica, che sono sacrosanti ed encomiabili ma comunque sono un recinto), in quanti luoghi di cultura c’è uno spazio dedicato all’allattamento o un fasciatoio in bagno? Vi è mai capitato di essere pedinati o addirittura guardati male da un addetto alle sale quando visitate una mostra con un bambino?
Ci sono sempre isole in cui sedersi o consumare uno snack o un bicchiere d’acqua (cosa fondamentale a quell’età) o piuttosto sarete redarguiti? Io non sono esterofila, ma fatevi un giro in qualunque museo, galleria, spazio espositivo del Nord Europa e come si diceva nella settimana enigmistica trovate le differenze!

Alla luce di questo tuo progetto editoriale, in definitiva, qual è il bilancio che hai potuto tracciare?

SN/ Penso che si debba fare ancora molta strada per raggiungere la piena consapevolezza e per lasciare meno soli i genitori, questo non solo nel mondo dell’arte. Per rendere gli spazi più kids-friendly, per far percepire ad una donna che la possibilità di scelta non mette in discussione il proprio tragitto intellettuale e professionale. In generale, a prescindere dall’essere o meno genitori, l’impegno che ogni giorno dobbiamo pretendere per noi stessi è di sfuggire dalle trappole confortevoli del pregiudizio e allevare lo spirito critico, analizzando ogni situazione specifica, e domandandoci cosa possiamo fare per costruire un ambiente fisico e concettuale che sia adeguato a un’esperienza collettiva, alla portata di tutti.

 

 Santa Nastro è vicedirettrice di Artribune, critica d’arte e giornalista.

 

Dallalto: Un ritratto di Santa Nastro. MAMME NELL’ARTE di Santa Nastro, Castelvecchi Editore, in copertina Eva Frapiccini, Untitled dalla serie Punto di Stacco (The Takeoff) 2025.

 

© 2026 Loredana Barillaro e SMALL ZINE

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