di Sandra Tornetta |
All’indomani della proclamazione di Gibellina Capitale dell’arte Contemporanea, il magma mai sopito di chi ha scelto di restare nei luoghi martoriati dal sisma del 1968, ribolle. A ben guardare, il linguaggio degli artisti che si sono avvicendati nella ricostruzione della città, presenta una matrice comune che vede nell’astrazione e nella scomposizione la sua cifra stilistica, una callida iunctura di cui forse solo oggi, a più di cinquanta anni di distanza, se ne comprende il lascito, che è insieme sema e mnema, segno e memoria. Un monito attualissimo, che pone la basi per una nuova cultura mediterranea, proprio in virtù delle stratificazioni di cui si nutre da secoli il territorio, un sincretismo culturale preesistente al sisma stesso, che oggi sembra rinascere grazie alla sfida di Gibellina Capitale dell’Arte Contemporanea.
L’esperimento parte con l’inaugurazione di un nuovo hub, situato all’interno dei locali della ex Chiesa di Santa Caterina al Cretto e dell’ex Opificio, il cui restauro, terminato nel 1996, ha subìto nel 2019 un cambio della destinazione d’uso originaria, supportando l’idea di creare un vero e proprio spazio polifunzionale per esposizioni artistiche ed eventi culturali per la promozione delle specificità del territorio. Il progetto tende a rilanciare la città come centro dei nuovi mutamenti in corso, in cui il concetto stesso di passaggio e di mutazione diventa il simbolo di nuovi crocevia, attraverso i quali indagare le fratture del territorio significa rivivere il trauma, attraversarlo e finalmente rinascere per trasformare Gibellina da non-luogo a luogo di cambiamento, per una più vasta e contemporanea geografia dei movimenti. “ E’ una scommessa che la nostra associazione Percorsi a morsi vuole portare avanti con coraggio ed entusiasmo – dice Michele Benfari, ex soprintendente ai Beni culturali di Agrigento e oggi presidente dell’associazione – offrendo al territorio la possibilità di ospitare artisti, scrittori, musicisti all’interno di una residenza che propone anche spazi di creazione transmediale a 50 metri dal Cretto di Burri”.
L’idea di riqualificare uno spazio ecclesiastico che da anni ha abbandonato la sua funzione religiosa per renderlo un luogo in cui possano convivere dimensioni varie e contaminate, non è nuova e sta prendendo sempre più piede in Italia. Gli edifici non più adibiti al culto infatti sono più di 65.000, come stimato dalla banca dati dei Beni Culturali ed ecclesiastici italiani. Riqualificare questi siti significa, non solo prendersi cura di monumenti di interesse storico culturale, ma anche tentare di riallacciare un rapporto fra comunità del territorio e spiritualità, attraverso forme e declinazioni che non necessariamente insistano sulla matrice religiosa dei luoghi. L’apertura di questo nuovo spazio è affidata alla mostra “Frammenti – opere di Rosario Bruno dalla collezione Schittone” a cura di chi scrive.
La scelta di esporre le opere di Rosario Bruno risponde ad un’esigenza rimemorativa di questo territorio, parafrasando le parole che Leonardo Sciascia ebbe a dire vent’anni dopo la famosa “chiamata alle arti” dell’allora sindaco Ludovico Corrao. Le parole di Sciascia sottolineano l’importanza che la ricostruzione di Gibellina ebbe come esperimento di mitologia rifondativa della dimensione comunitaria attraverso l’arte. Furono parole profetiche, se oggi un luogo per lungo tempo dimenticato torna a rivivere grazie alle opere di Rosario Bruno, uno fra i primi artisti che parteciparono a quell’entusiasmante avventura. Accostare le opere di Bruno al Cretto di Burri significa svelare quel fil rouge che le lega, proponendo una riflessione che attraverso la percezione del frammento come micro in grado di interpretare il macro, arriva per vie diverse a conclusioni analoghe a quelle del Burri del Cretto, dove il linguaggio procede per sottrazione e la cicatrice, la ferita, divengono le uniche dimensioni possibili del sentire.
La mostra è stata inaugurata il 15/11/2025 e sarà visitabile fino al 31/12/2025.
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