di Loredana Barillaro |
Dal 16 al 19 luglio ha preso avvio – fino al 1° novembre – “Cortona On The Move” il festival di fotografia che si tiene nella città di Cortona, giunto alla sua sedicesima edizione quale importante punto di riferimento in Italia e non solo. A curare questa edizione, caratterizzata da ben 33 mostre, è Renata Ferri che, con Beautiful Country, ha dato vita ad un programma interamente dedicato all’Italia quale “patrimonio identitario, geografico e culturale”.
Renata, mi dica, qual è secondo lei il ruolo di Cortona On The Move nel più ampio panorama della fotografia contemporanea, italiana e oltre?
Renata Ferri/ È un ruolo di primo piano. In Italia ci sono circa 68 festival di fotografia, ma ne ricordiamo solo due o tre, perché? Perché sono quelli che ci sorprendono, ci fanno conoscere nuovi autori, hanno programmi definiti e un filo conduttore che lega le esposizioni. In pratica quelli che hanno un programma definito. La genericità e l’approssimazione non pagano. Il festival internazionale di fotografia di Cortona si è costruito una solida reputazione attraverso varie direzioni artistiche improntate alla contemporaneità. Sia Arianna Rinaldo che Paolo Woods, sono curatori che conoscono bene il panorama internazionale e sono sensibili ai cambiamenti del linguaggio fotografico. Con le loro direzioni, il festival si è evoluto, anno dopo anno, consolidano la sua leadership nel mondo della fotografia.
Che tipo di connotazione ha impresso la sua curatela all’edizione di quest’anno?
RF/ Personalmente, pur apprezzando il lavoro svolto dai miei predecessori, volevo imprimere una svolta radicale. Il festival era vittima di un’esterofilia molto marcata, era ora di tornare in Italia e valorizzare i nostri autori. Il paesaggio italiano, le moltissime produzioni fotografiche che sono in corso, spesso inedite o poco considerate, meritavano visibilità e dunque ho deciso di realizzare Beautiful Country, un programma per la 16a edizione del festival, interamente dedicato all’Italia. Ho recuperato lavori inediti, Campagna Romana di Joel Sternfeld; ho portato in un festival lavori museali come le magnifiche opere di Candida Höfer; ho esposto Kourtney Roy – che dà anche l’immagine al festival e al libro che con Emiliano Biondelli, il designer, abbiamo costruito con l’editore Allemandi – per dare visibilità ai molti linguaggi della fotografia, incluso quello pop e scanzonato. Un festival deve saper parlare a tutti, può osare nuove proposte, ma senza dimenticare il pubblico. Mi sono concessa l’approfondimento e la sperimentazione con il progetto Peninsula: ho cercato di rendere comprensibili, intellettualmente ed emotivamente, linguaggi differenti. Volevo che quella capacità d’indagare per far emergere fratture e portare alla luce memorie, ferite e storie, fosse in grado di suggerire interrogativi. Tutto ciò che abbiamo intorno a noi merita di essere guardato e compreso, solo così possiamo renderci conto dell’equilibrio precario del nostro habitat.
Che cosa raccontano, e come si strutturano, le 33 mostre dislocate nelle varie sedi della città di Cortona visitabili fino a novembre?
RF/ Più che raccontare, questo programma è un invito a tornare a guardare. Liberare la visione dalla cascata d’immagini, frammenti indistinti di cui siamo vittime attraverso ogni sorta di schermo, per recuperare una lentezza dello sguardo, una rinnovata capacità di osservare, in questo caso i molteplici aspetti del nostro Paese. L’architettura, i beni artistici, il tesoro museale, la natura, la nostra gente, i nostri vizi e gli stereotipi di cui siamo vittime e quelli che reiteriamo con i nostri comportamenti. Beautiful Country è un caleidoscopio di luoghi e persone, dettagli e monumenti, una messa in scena del nostro fantasmagorico patrimonio identitario, geografico e culturale.
Quali sono gli aspetti salienti di questa edizione e quali a suo parere i fotografi che meglio hanno raccontato il territorio italiano dal punto di vista sociale oltre che geografico?
RF/ Ci sono i lavori dei grandi maestri, Sternfeld e Höfer, solo per citare i più celebri, che non si erano mai visti in un contesto di festival. Ci sono i dialoghi generazionali: Gabriele Basilico e Angelo Leonardo sulle periferie milanesi cinquant’anni dopo; Federico Patellani e Chiara Indelicato sull’isola di Stromboli a settanta anni di distanza. C’è la fotografia della bellezza e quella che lascia intravedere le crepe, criticità ambientali, incuria, cattiva politica. Ci sono esposizioni che graffiano: la controcultura dei rave nelle immagini di Mattia Zoppellaro e Chiara Fossati, Casa Italo di Fotoromanzo italiano e Realpolitik di Valli e Santese. C’è la committenza di Peninsula che racchiude molti codici espressivi della fotografia contemporanea mantenendo la formalità del linguaggio, esasperandolo a volte, travalicandolo altre per offrire interrogativi e aprire varchi di riflessione. Penso all’opera magnifica di Botto & Bruno che mi auguro resti permanente nella meravigliosa sala di Palazzo Baldelli, come monito incessante che ci invita a guardare oltre la bellezza.
Che cosa ha ricevuto da questa esperienza, cosa le rimane al termine della quattro giorni di apertura?
RF/ Oltre la stanchezza? È stata un’esperienza lunga e intensa. Ho iniziato a lavorare al programma nell’autunno scorso e da allora non ho avuto soste. Vedere che tutto quello che avevo pensato, come intuizione o logica, si è avverato è stata davvero una magia. Volevo esattamente un festival come quello che ho fatto: un tema forte, il Belpaese, un filo conduttore che abbraccia le tante lingue della fotografia, artisti italiani e internazionali, donne e uomini in equilibrio, lavori sorprendenti e grandi classici. Ho immaginato il pubblico eterogeneo, ho cercato di guardare con i loro occhi, pensando incessantemente a come suscitare interesse, curiosità ed emozione. Durante l’opening mi sono emozionata: dagli artisti ho avuto un riscontro di stima e affetto, così pure dagli sponsor e dalla squadra di lavoro, molti volontari, che ha dato il massimo. Poi il pubblico festante e rumoroso ha fatto il resto. Sapevo, e questa esperienza ne è la conferma, che credendo fortemente in quello che si fa, mettendoci tutto l’impegno e la passione, la magia si compie.
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Renata Ferri è nata a Roma e vive a Milano.
Giornalista, dal 2005 è caporedattore photoeditor di iO Donna il femminile del Corriere della Sera. Dal 2010 al 2018 ha ricoperto lo stesso ruolo anche per Amica, il mensile femminile dello stesso gruppo editoriale, Rcs Mediagroup. Dal 1991 al 2005 ha diretto la produzione fotografica di Contrasto con un team di più di 40 autori. Insegna in istituti universitari, scuole di fotografia e corsi specialistici dedicati. Ha partecipato a numerose giurie italiane e internazionali, incluse due edizioni del World Press Photo (2011 e 2012). Dal 2010 al 2015 ha tenuto un blog di storie fotografiche su il post.it Dal 2024 scrive costantemente su iO Donna e Amica, carta e web, di arte, fotografia, femminismo. Come curatrice indipendente ha collaborato con istituzioni Italiane e internazionali, tra cui il MAXXI, Palazzo Reale, Gallerie d’Italia, Complesso del Vittoriano. Ha pubblicato numerosi testi e monografie, tra cui, la più recente, Guardami come se mi amassi – Look at me like you love me, Allemandi 2025. Dal 2026 è la nuova Direttrice Artistica del COTM Festival di fotografia di Cortona. Cura progetti editoriali ed espositivi di singoli autori e collettivi.
RF_cut┬® Ilaria Magliocchetti Lombi.
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