GENERAZIONE SICILIA | Intervista a Sergio Troisi

di Sandra Tornetta | 

Dopo il successo di “Pinakothek’a” presso lo strepitoso Palazzo Sant’Elia di Palermo, la collezione Elenk’art approda al MAC di Gibellina in occasione di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea. Una selezione di artisti siciliani per raccontare l’arte del Novecento, una scelta definita dalle ricerche più attuali degli artisti delle nuove generazioni, alcuni dei quali già attivi sulla scena internazionale. A pochi mesi dall’inaugurazione chiediamo a Sergio Troisi, uno dei curatori della mostra, di raccontarci il progetto espositivo che sarà visitabile fino al 10 maggio 2026.

Come è nata l’idea di proporre al pubblico i capolavori collezionati dalla famiglia Galvagno?

Sergio Troisi/ Il carattere eccezionale della collezione esigeva che venisse resa nota al pubblico, non soltanto palermitano. Già nel 2014 avevo curato una mostra della collezione presso le Fabbriche Chiaramontane di Agrigento, in uno spazio notevolmente più piccolo rispetto a Palazzo Sant’Elia che aveva accolto una quarantina circa di opere, anche se per il catalogo pubblicato da Silvana Editoriale ne erano selezionate il doppio, con una sequenza che iniziava da Pietro de Francisco e terminava con Emilio Isgrò, escludendo quindi la parte della collezione maggiormente legata al contemporaneo. Ma negli ultimi dieci anni la collezione si è notevolmente accresciuta, alcune situazioni storiche si sono compiutamente saldate tra loro, con un racconto dell’arte italiana del Novecento che ha pochi riscontri non soltanto nel collezionismo privato ma anche in tanti musei pubblici; la costituzione di Elenk’Art, attiva negli ultimi anni come sponsor e promotore di tante esposizioni, ha reso consequenziale il passaggio verso una mostra di grandi dimensioni.

L’allestimento della mostra di Palermo è stato declinato sui tre piani di palazzo Sant’Elia, un contenitore che di per sé racconta una delle stagioni più gloriose della città. Come è stato sviluppato il dialogo fra le opere in mostra e gli spazi espositivi?

ST/ Ogni allestimento fa i conti con le opportunità e gli eventuali limiti degli spazi che lo ospitano. Nel caso di Pinakotheka si è scelto di collocare nella cavallerizza al piano terra la stagione tra le due guerre, pur con non poche rinunce tra cui quella al Futurismo (ma si trattava di opere esposte di recente a Villa Zito per la mostra su Pippo Rizzo “Dialoghi futuristi”) riservando ai grandi saloni del piano nobile i decenni dal secondo dopoguerra agli anni Settanta e oltre, procedendo in modo sequenziale e cercando di fare in modo che ogni sala avesse una sua riconoscibile specificità, da quella monografica dedicata a Renato Guttuso alle altre sugli artisti del Gruppo Forma e agli sviluppi dell’astrazione in Italia (ma con inserimenti di artisti internazionali di grande prestigio, da Georges Mathieu a Hans Hartung) sino alle esperienze pop e concettuali, anche qui con presenze internazionali come Arman e César. Profittando della planimetria del palazzo, abbiamo poi riservato due sale che si aprono a metà percorso ad autori e movimenti che negli stessi anni ribadivano il legame con la figurazione, dal gruppo dei “Pittori della realtà” (Arrigoni, Sciltian, Xavier e Antonio Bueno) a Bruno Caruso, presente con rari dipinti dagli anni Cinquanta agli inizi dei Settanta. Una diramazione particolarmente felice per restituire la complessità di una cultura figurativa in cui coesistevano indirizzi diversi.

Oltre ai nomi più blasonati dell’arte contemporanea italiana ed internazionale, la collezione vanta anche alcune ultime acquisizioni relative ad artisti viventi, che testimoniano l’attenzione del collezionista e la sua curiosità nell’operare una selezione accurata ed intensa.

ST/ L’attenzione verso gli artisti più giovani nasce con la collezione stessa, in particolare con gli autori della cosiddetta Scuola di Palermo (Alessandro Bazan, Francesco De Grandi, Andrea Di Marco, scomparso prematuramente nel 2012, e Fulvio Di Piazza) che a tutt’oggi sono seguiti con particolare attenzione; da questi artisti, e dalla centralità della pittura che caratterizza la loro ricerca, l’ambito delle acquisizioni si è andato via via allargando, sino a comprendere maestri della fotografia contemporanea come Massimo Vitali e Thomas Struth, o autori attivi nel campo della performance o degli interventi installativi, da Regina José Galindo o Loredana Longo. Le esperienze più recenti sono non a caso al centro delle mostre promosse da Elenk’Art per Gibellina Capitale dell’Arte Italiana Contemporanea 2026, tanto al Mac e alla chiesa di Gesù e Maria, dove è stata allestita una grande installazione di Daniele Franzella, quanto ad Alcamo, dove a marzo si svolgeranno nella Cittadella degli Artisti due mostre di Loredana Longo e Francesca Polizzi.

Vista la mole di opere della collezione, è stato necessario operare una cernita. C’è un filo conduttore che vi ha guidato per la progettazione delle esposizioni di Palermo e di Gibellina?

ST/ La collezione comprende oltre seicento opere; a Palazzo Sant’Elia ne abbiamo presentato circa 230, il catalogo pubblicato da Kalòs ne comprende circa 350, la selezione per la mostra e per il catalogo ha seguito due logiche parallele: l’importanza storica dei lavori per entrambi (nel catalogo è stata recuperata la sezione sul Futurismo), il dialogo che si andava costituendo tra di loro nelle diverse sale per la mostra (per esempio in mostra abbiamo rinunciato a alcuni lavori di Vedova, Corpora e Birolli del periodo del Fronte Nuovo delle Arti, comunque documentati in catalogo, per dare spazio adeguato agli anni dell’informale) sempre con la consapevolezza che si andava in questo modo costituendo un grande atlante dell’arte dal Novecento sino a oggi. Per la parte più contemporanea, si tratta naturalmente di un paesaggio aperto e in continuo divenire, come si evince anche dalla mostra “Generazione Sicilia” al Mac di Gibellina.

Infine, una domanda personale. Rispetto alle proposte artistiche più recenti, quale linguaggio le sembra possa essere più adeguato rispetto alla necessità di raccontare il contemporaneo?

ST/ L’aspetto centrale del contemporaneo è proprio quello di operare su più registri, su una pluralità di linguaggi e tecniche; solo questa pluralità è in grado di raccontare una realtà complessa, multiforme e contraddittoria come quella che viviamo oggi.

 

Dall’alto: Un ritratto di Sergio Troisi. Allestimento presso Palazzo Sant’Elia. Per entrambe courtesy Sergio Troisi.

 

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