La mostra di Lorenzo Bonechi al Museo Novecento di Firenze | Intervista a Sergio Risaliti ed Eva Francioli

di Loredana Barillaro |

Direttore Risaliti, quando il museo Novecento ha deciso di dedicare una mostra a Lorenzo Bonechi?

Sergio Risaliti/ Personalmente, dalla mia gioventù, quando visitai la prima mostra di Lorenzo Bonechi alla fine degli anni Ottanta. Ho sempre apprezzato il lavoro di Bonechi e da qualche anno meditavo di organizzarne una mostra importante al Museo Novecento. Questo sarebbe potuto avvenire in occasione dell’anniversario dei trent’anni dalla sua morte, ma ci è sembrato giusto omaggiare l’artista con un progetto espositivo che alla fine è coinciso invece con il settantesimo anniversario della nascita. Un gesto, anche simbolico, per sottolineare la vitale attualità della sua ricerca. Una seconda nascita.

Qual è secondo lei il lascito di questo raffinato artista?

SR/ A distanza di circa trent’anni dall’esecuzione delle sue ultime opere, abbiamo ancor più la percezione di quanto fosse colto e sofisticato il suo approccio alla pittura e alla storia dell’arte, e quanta tensione spirituale ci fosse nel suo fare artistico. È passato indenne attraverso un’epoca di rigurgiti ideologici, poi di effervescenza del mercato, in quello che è stato considerato un ritorno alla pittura, mantenendo integra la sua ricerca, che non può essere racchiusa e semplificata all’interno di categorie come quelle del citazionismo e della pittura colta, perché Bonechi è stato capace di tenere alto il linguaggio pittorico con un lavoro estremamente ricercato e ispirato alla potenza espressiva del colore, sempre in bilico tra figurativo e astratto, tra aniconico e figurativo.
Se si guardano infatti i suoi lavori, possiamo non solo ricordare suggestioni che provengono dalla pittura gotica e rinascimentale, ma anche dalla pittura delle avanguardie del Novecento, dal surrealismo all’astrazione di Mondrian a Malevič. Inoltre, vediamo e riconosciamo la sua notevole conoscenza delle esperienze artistiche degli anni Settanta e Ottanta: ad esempio, quella di un artista come Salvo in Italia, quella del neo-espressionismo in Germania e quella degli artisti che ritornavano al minimalismo e all’astrazione, come Peter Halley.

Quanto ha da dare la pittura di Lorenzo Bonechi alla ricerca odierna, qual è la lezione che si può apprendere?

SR/ Si può apprendere una lezione su quanto sia serio, complesso e difficile il lavoro del pittore, che è sempre un lavoro di sintesi: di conoscenza profonda della storia dell’arte, di ispirazione e visionarietà. Nel caso di Bonechi, si tratta di una visionarietà spirituale e anche poetica, e questo è un lascito importante in un’epoca in cui prevale uno sterile concettualismo o un disincarnato materialismo.

Mi dica Eva, cosa del processo creativo dell’artista si è preferito emergesse?

Eva Francioli/ La mostra cerca di mettere in evidenza aspetti meno noti e a lungo trascurati dell’opera di Lorenzo Bonechi, grande artista spesso ingabbiato in letture che sono riuscite a restituire solo in parte la complessità della sua ricerca. “Bonechi recupera il passato”, è stato spesso detto, ma forse non è stato opportunamente sottolineato come proprio quei rimandi – ai maestri del Tre e Quattrocento, a Bisanzio, alle icone e all’armonia delle architetture rinascimentali – abbiano in realtà contribuito ad alimentare un immaginario strettamente – e, per certi versi, drammaticamente – contemporaneo. Giovane uomo degli anni Ottanta, Bonechi è animato da un’acuta sensibilità, che lo induce a tradurre in immagini le inquietudini del proprio tempo. Per questo la sua pittura può risultare ‘facile’ e godibile solo a una lettura superficiale, rivelando di fatto il travaglio connesso a un sincero anelito di conoscenza. La figurazione diventa quindi strumento per sondare le possibilità del pensiero, oltre a quelle della propria (e della nostra) coscienza. Quella di Bonechi è un’arte allo stesso tempo emotiva e mentale, concreta e spirituale, che concettualizza il bisogno di indagare il mistero dell’esistenza.

Che tipo di impianto curatoriale si è privilegiato per la costruzione della mostra?

EF/ Nella realizzazione della mostra ci siamo lasciati ispirare dagli echi e dagli infiniti rimandi presenti nell’opera di Lorenzo Bonechi. Assonanze cromatiche, compositive e formali hanno guidato l’ordinamento delle opere nelle sale, alla base di un allestimento che si propone di essere evocativo e non didascalico proprio nel rispetto del lavoro di Bonechi, a nostro parere teso a suggerire, più che a spiegare nel dettaglio, la potente carica immaginifica di un’indagine spirituale mai scontata.
Abbiamo quindi cercato di costruire un dialogo prevalentemente poetico tra le opere, al fine di mettere in evidenza la sofisticata complessità della sua arte, spesso celata dietro un’apparente semplicità. Grazie anche all’intenso confronto con l’Archivio Lorenzo Bonechi e con il figlio Giovanni, abbiamo inoltre potuto inframmezzare le opere della serie Città celeste e i dipinti incentrati su figure femminili con la presentazione a parete di estratti dai diari dell’artista. È stato così possibile restituire, almeno in parte, la personalissima profondità di una ricerca incentrata su temi e motivi ricorrenti che, pur nella sua evoluzione, si rivela oggi in tutta la sua radicale coerenza.

“La Città delle donne” è incentrata sulla figura femminile, presente in molte delle opere in mostra e, più in generale, nella produzione dell’artista, che tipo di connotazione si ravvisa, come la descrive l’artista?

EF/ Lorenzo Bonechi ama e esalta la figura femminile, che nelle sue opere si traduce in un assoluto di grazia, bellezza e determinazione.
Abbigliate con abiti semplici e contemporanei, le “sue” donne ci parlano di volti e corpi reali che vengono traslitterati in figure idealizzate. I ritratti di persone a lui care si combinano infatti alle suggestioni derivanti dalla ieratica compostezza delle Korai greche e delle Sante cristiane. L’artista studia e ricostruisce finemente le loro figure a partire dall’osservazione dal vero; mediante il disegno fissa le immagini osservate e rivissute nella memoria, spesso ricorrendo all’ausilio di scatti fotografici costruiti nel dettaglio (abiti compresi) che ritraggono modelle in posa.
Individualità isolate o partecipanti silenziose a scene di comunità meditative o in movimento, le figure femminili di Bonechi si mostrano pertanto come delle moderne messaggere, capaci di mettere in dialogo il particolare e l’universale.

 

Dall’alto: Figure su paesaggio, 1986. Olio su tela 120×150 cm. Un ritratto di Sergio Risaliti; Veduta della mostra. Courtesy Museo Novecento e Archivio Lorenzo Bonechi.

 

© 2025 Loredana Barillaro e SMALL ZINE

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