di Francesco Chiari |
Oggi abbiamo con noi gli Es Nova che ci parleranno del loro ultimo progetto e di altri aspetti interessanti del loro lavoro. “Solo” è uscito nel 2025 e unisce musica estemporanea e video arte. Hanno scelto di dialogare con le immagini del capolavoro di Vertov, “L’uomo con la macchina da presa” (1929) interpretandolo in modo originale, senza ricorrere a omaggi o rimusicazioni. Le immagini sono state restaurate e montate liberamente adattandole al dialogo musicale estemporaneo. “Solo” offre allo spettatore un modo unico di vedere e sentire la realtà che ci circonda, realtà che ci vede allo stesso tempo protagonisti e comparse, soggetti estraniati, proiettati a grande velocità verso il futuro e immersi contemporaneamente nel presente.
Nell’entità generativa ES NOVA, chi o che cosa rappresentano i suoi componenti? Vi ritenete più creatori oppure mediatori di espressioni?
Es Nova/ Negli Es Nova ognuno di noi ha naturalmente un ruolo, sia generale sia specifico, a seconda dei contesti. Più che ruoli potremmo chiamarli presidi funzionali, entro i quali cerchiamo di esprimere le nostre qualità e competenze. Per prima cosa ci sono i presidi musicali: Erica si occupa della parte vocale e fotografica, Alice di quella tastieristica e io (Nicola) delle chitarre e dell’elettronica. Dato che un gruppo non è solo questione di suonare e comporre, ma implica molte altre competenze e funzioni da gestire, ognuno di noi ha portato nel collettivo abilità trasversali rispetto alla musica in senso stretto. Scriviamo i nostri progetti, realizziamo interviste e podcast, produciamo molte delle opere visive e grafiche – o comunque ne supervisioniamo la realizzazione –, ci occupiamo della logistica e dell’allestimento delle performance, e curiamo la produzione in studio e dal vivo. Insomma, è un continuo alternarsi di situazioni musicali e non musicali che ci vedono coinvolti in modi diversi. Questo richiede tempo ed energie, ma ci permette allo stesso tempo di seguire in modo più completo lo sviluppo di un progetto, dalla progettazione alla messa in opera, passando per tutti gli ambiti intermedi.
Se è vero che nel vostro ultimo lavoro, SOLO, “le composizioni sonore agiscono direttamente sulle immagini: non le accompagnano passivamente, ma le interrogano e le spingono al di fuori del loro significato convenzionale”, è lecito porvi il dilemma di aristotelica memoria: nasce prima la musica o l’immagine nei vostri progetti audiovisivi?
EN/ Dipende dai progetti. Ogni lavoro è differente e non abbiamo un modus operandi prefissato. Progetti come Capsula Cinematica, legati alla realizzazione di colonne sonore dal vivo per film del periodo muto, davano ovviamente priorità all’immagine. Noi nasce invece da una stretta sinergia fra fotografia e musica, mentre l’ultimo lavoro che hai citato, SOLO, è partito volutamente dal suono, per poi intervenire in un secondo momento sul visivo. Quando parlo di intervenire sul visivo intendo il tentativo di strutturare la percezione dell’immagine in base al suono, raccontandola attraverso la prospettiva che il sonoro veicola e trasmette, collocando quest’ultimo in primo piano. Non si tratta, a nostro avviso, di differenze astratte, ma estremamente concrete, con esiti finali molto differenti.
Si può parlare, nel vostro caso, di una ricerca neo-gestaltica, dove l’opera che rappresenta il tutto è più della somma delle singole parti?
EN/ Direi che ogni opera è un microcosmo più o meno compiuto, ma sempre e comunque una sintesi, un’unità raggiunta in un determinato momento dal suo autore. L’artista definisce in modo più o meno arbitrario quando qualcosa può dirsi concluso. A volte si arriva a una saturazione o a una forma che si percepisce come compiuta, in base all’intenzione dell’autore; altri, da una prospettiva diversa, potrebbero sostenere che andava aggiunto questo o quello. Credo quindi che l’opera sia necessariamente più della somma delle sue singole parti, cioè dei suoi elementi costitutivi. Questo vale tanto per le opere d’arte quanto per i gruppi, in generale.
Mi raccontate in breve la genesi di SOLO e come si è articolata la costruzione di questo progetto?
EN/ SOLO nasce da diversi mesi di sperimentazione su scenari musicali e categorie di improvvisazione. Abbiamo voluto esplorare in modo più approfondito la dimensione ritmica nella sua complessità, lavorando su sovrapposizioni di metri e figurazioni, al fine di far emergere una struttura complessiva che riteniamo interessante. Abbiamo scelto di utilizzare pochissima strumentazione, proprio per far emergere con maggiore chiarezza sia la dimensione ritmica sia l’interplay. In questo lavoro abbiamo coinvolto come special guest Claudio Pietronik, chitarrista italiano che non ha bisogno di presentazioni, con il quale avevamo già collaborato in passato. Le tre improvvisazioni sono state registrate live, in un’unica sessione, al Farmhouse Studio di Andrea Felli, e missate insieme a Lorenzo Ricci. Dopo questa prima fase abbiamo visionato diversi lavori cinematografici legati al cinema sperimentale degli anni Venti e Trenta, scegliendo infine il capolavoro di Dziga Vertov, L’uomo con la macchina da presa. Ci ha colpito, in particolare, la ritmicità del suo sguardo e la capacità di indagare il mondo circostante attraverso quello che potremmo definire un vero e proprio laboratorio sperimentale del cine-occhio. L’approccio di Vertov, fortemente strutturato e analitico, affronta la realtà con un metodo quasi scientifico, scomponendola e ricomponendola attraverso il montaggio. A nostro avviso, questa impostazione non solo non sacrifica la dimensione poetica, ma anzi la rende più incisiva e sorprendentemente attuale, in particolare quando viene riletta e riattivata attraverso il suono.
Improvvisazione e montaggio rappresentano due modalità differenti di relazione con il reale e con il qui e ora: entrambe selezionano e riorganizzano il materiale dell’esperienza, seppur attraverso tempi, processi e intenzioni profondamente diversi. Le immagini sono state quindi rimontate da noi sulla base di criteri definiti in precedenza, cercando un dialogo serrato con il suono. Ci è sembrato che il risultato finale restituisse un carattere dinamico, proiettato verso il futuro e, al tempo stesso, attraversato da una nostalgia del futuro, immaginato allora e riletto oggi, che sentiamo appartenere tanto alla nostra musica quanto al cinema di Vertov.
Pensate che SOLO resterà “solo” o che possa essere il primo di altre performance in cui darete una nuova lettura sonora di immagini che hanno fatto la storia?
EN/ In realtà questa idea è nata nel 2018 con il progetto Capsula Cinematica. In quel caso si trattava di portare il suono dal vivo sull’immagine; qui, invece, di portare il visivo all’interno del nostro studio. È un’operazione differente, sia nelle intenzioni sia negli esiti, più vicina al lavoro dedicato ai fratelli Lumière – Lumière Zone –, proiettato l’anno scorso all’Aquila in occasione del festival Aquicorto. Speriamo in futuro di cogliere nuove occasioni per tornare a confrontarci con quella fonte inesauribile di capolavori che è stato il cinema delle origini.
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