di Sandra Tornetta |

Giuliano, raccontami da dove parte l’esigenza di lasciare un segno pittorico di questa tipologia, diciamo a metà fra l’Action Painting di matrice americana e l’informale europeo.
Giuliano Cardella/ Partire dalla gestualità è una ricerca che porto avanti da sempre. Amavo disegnare già da bambino e l’idea del pregrafismo, della gestualità, del colore mi hanno sempre emozionato anche perché raccontano molto del mistero dell’infanzia. I bambini segnano, scrivono qualcosa e noi adulti non riusciamo a capire cosa vogliano raccontarci ma loro, nella loro testa, qualcosa dicono e quando io dipingo voglio pensare con la testa di un bambino, voglio essere libero.
L’idea del segno ha un che di primitivo, una specie di speranza insita nel gesto in sé come un lascito di memoria. Questi cerchi bianchi e neri di alcuni tuoi lavori mi riportano proprio all’idea dei graffiti paleolitici, solo che qui utilizzi la carta come medium.
GC/ Lavoro prevalentemente su carta, perché la carta mi consente di graffiare, di sperimentare cose sempre nuove, avendo una texture ed una duttilità che mi piace di più rispetto alla tela. La carta la puoi bucare, stirare, strappare; la carta è più viva e inoltre è il primo materiale che utilizziamo per esprimerci. Iniziamo tutti a disegnare sulla carta, la manipoliamo fin dalla più tenera età. Poi la carta ci accompagna per tutta la vita: andiamo dal panettiere e c’è la carta, dal salumiere c’è la carta… quindi è il materiale più semplice e forse più immediato per me, ma credo lo sia anche per gli altri.
Tu sei bresciano ma hai origini meridionali. In questo momento è in corso una tua esposizione a Gibellina, presso l’ex Chiesa di Santa Caterina, a due metri dal Cretto di Burri. Che effetto ti fa?
GC/ Burri è sempre stato uno dei miei artisti preferiti. Il fatto che lui utilizzasse sacchi e materiali poveri di recupero mi ha molto affascinato, soprattutto nei primi anni delle mie sperimentazioni. Tutt’ora uso pezzi di materia, graffette, materiali di recupero nelle mie opere. Quindi l’idea di esporre in questo meraviglioso spazio bianco è molto interessante, mi rende felice e orgoglioso il fatto che le mie opere siano a pochi metri dal Cretto e che riescano a dialogarci così bene.
Grande formato/ piccolo formato; qual è la misura che si addice di più al tuo lavoro e perché.
CG/ È la stessa cosa in realtà per me, perché creare un’opera piccola o un’opera grande dipende esclusivamente dall’ispirazione del momento. Il formato grande ti consente di lavorarci di più ma secondo me le opere più interessanti sono quelle più piccole, perché sono l’autentica manifestazione della carica espressiva. L’opera grande la devi pensare, magari farla asciugare, poi cambi idea, ci ritorni su. La piccola vive dell’immediatezza, è un flash. Nelle opere grandi devo lavorare camminandoci sopra, io i miei cani… mi piace anche che le opere siano un miscuglio della mia vita. Le opere grandi ad esempio sono piene di peli di cane, e quando passo lo spray per fissare il colore i peli si attaccano e restano anche loro come tracce del mio lavoro. Tutto parte dall’idea di traccia. Mi ricordo che una volta ho prodotto dei lavori con dei fogli di carta strappati da un manoscritto del 1800 che avevo comprato in un mercatino dell’usato. Quelle carte mi avevano ispirato e le avevo manipolate per produrre dei lavori. Durante l’esposizione mi ferma un ragazzo e mi chiede con che coraggio io avessi lavorato su questi fogli. Io faccio come i bambini, risposi, vedo un foglio, ci scrivo sopra ed è finita lì. Ho lavorato per più di trentacinque anni in fabbrica e avevo a che fare con dei sifoni bagnati dall’acqua che venivano ricoperti da fogli di giornali. L’acqua ossidava il ferro e la carta diventava color ruggine e una volta ho creato dei lavori per un concorso alla Royal Academy di Londra e ho spedito delle carte di queste recuperate in fabbrica con dei segni molto elementari, dei cerchi. Due lavori sono stati selezionati fra più di quindicimila opere provenienti da tutto il mondo e così ho capito che quella doveva essere la mia ricerca. La carta mi emoziona, mi piace molto, è un incontro fatto di reciprocità con la materia.

Dall’alto: Untitled, tecnica mista su tela 210×320, 2026. Untitled, tecnica mista su tela, 200×150, 2026. Untitled, tecnica mista su carta, 34×24, anno 2026.
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