La poetica del caos e l’Informale in mostra a La Galleria BPER di Modena

di Loredana Barillaro

Un tempo informe perché lacerato, informe perché reso maceria su cui costruire altri linguaggi, niente più ordine, niente più rigidità di forme e linee. Il sonno della ragione ha, ancora una volta, generato mostri. E il mostro è la guerra che ha generato, quale risultante, il caos.  Come venir fuori da una connotazione parossistica del caos? Come si trasforma il caos come base su cui costruire dell’altro, un piano ideale da cui ripartire verso una risultante nuova e inaspettata?

E’ quello che si chiede la mostra “CAOS. Spazi e poetiche dell’arte informale” in corso, fino al 7 febbraio 2027, nella sede modenese de La Galleria BPER, a cura di Daniela Ferrari.

“Da Carla Accardi ad Alberto Burri, da Lucio Fontana a Emilio Vedova: tredici protagonisti dell’Informale italiano in un percorso che riunisce opere della Corporate Collection BPER e importanti prestiti da musei, fondazioni e collezioni pubbliche e private” costituisce il nucleo che dà forma ad un “progetto che attraversa la pluralità di ricerche che, tra la fine degli anni Quaranti e gli anni Sessanta, trasformarono profondamente il modo di intendere la pittura, lo spazio e la materia”.

E’ un gioco di parole quello che tiene le fila: “caos, caso, cosa”; se dal caos emerge un nuovo modo di guardare, pensare e agire, che cosa ne viene fuori? Viene fuori la “non-forma” quella che segue un nuovo flusso di energie, nuove esigenze, nuova voglia di libertà, nuove basi su fondare la creazione, “non ordine o confusione, ma apertura, spazio ancora privo di forma e, proprio per questo, carico di possibilità” così come si legge nel comunicato che accompagna la mostra quale punto di partenza della riflessione curatoriale. Ed è questo ciò che fanno gli artisti in mostra, Accardi, Afro Basaldella, Renato Birolli, Alberto Burri, Giuseppe Capogrossi, Lucio Fontana, Gastone Novelli, Antonio Sanfilippo, Giuseppe Santomaso, Emilio Scanavino, Tancredi Parmeggiani, Giulio Turcato ed Emilio Vedova creano rinnovati piani di lettura, edificano, ricostruiscono sulle macerie del dopoguerra, ideando e usando nuovi strumenti.

Scopriamo però che il gesto “informale” non disdegna la forma, la precede – o forse la segue? – si pone alle sue origini, e come in un salto temporale ci fa vedere cosa sta prima e dietro. Qual è allora il principio di un’opera? E’ la figura che si scompone perdendo ordine o è il caos che tende alla figurazione? Due facce di una stessa medaglia, un tendere ad un ordine che tale non appare e un dispiegarsi libero di colore e materia che cercano una nuova base su cui poggiarsi per ritrovare un ordine perduto – la cui natura appare profondamente mutata perché mutate le esigenze degli artisti – al cui interno il quadro diventa, ora, un oggetto, abbandona volutamente la sua dimensione “monumentale”, per divenire strumento e testimone dei tempi.  La destrutturazione della forma fa sì che ogni cosa diventi possibile in un modo in cui non tutto dipende dalla mano e dall’intenzione dell’artista, sono solo uno dei mezzi a disposizione per giungere ad un’opera in cui la materia sembra acquisire volontà decisionale.

La mostra ci invita dunque a riflettere su di un momento storico che ha profondamente mutato i codici di quella che sarebbe stata, da lì a venire, l’arte contemporanea come la conosciamo oggi, un’arte che si è resa testimone dei radicali cambiamenti avvenuti in Italia a partire da quegli anni.

 

Per entrambe: Veduta della mostra

 

© 2026 Loredana Barillaro e SMALL ZINE

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